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Ruby ter, la prova che i pm perseguitano Berlusconi

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C’è un aspetto non considerato di quello che è stato definito efficacemente il “sistema Palamara”, cioè la corruzione della giustizia fatta da una casta di intoccabili per fini di parte o immediatamente politici. Il processo cosiddetto Ruby ter ce ne dà una plastica esemplificazione. Lo potremmo chiamare “partenogenesi”, mutuando un termine dalla medicina, il che in tempo di biopolitica (qualcuno ha parlato anche di biodiritto) fa sempre chic. Oppure, spostandoci sul terreno economico, lo potremmo definire, questa volta parafrasando Piero Sraffa, “produzione di processi attraverso processi”. Anzi un processo, quello appunto alle cosiddette “cene galanti” organizzate da Silvio Berlusconi, che si trascina ormai stancamente da anni e anni.

Il Ruby ter non giudica infatti più quelle cene, ma i comportamenti di imputati e testimoni (diventati anch’essi ora imputati) nel corso dei due precedenti processi che pure erano giunti all’assoluzione del Cavaliere perché “il fatto non sussiste”. Comportamenti che, giudicati penalmente rilevanti dai pubblici ministeri inquisitori, hanno portato gli stessi a chiedere ieri pene così spropositate, da risultare paradossalmente superiori a quelle chieste in precedenza per i reati da cui poi gli imputati erano stati scagionati. Un gioco al rialzo che un tempo avrebbe avuto sicuro effetto mediatico, ma che oggi viene generalmente mal sopportato dagli italiani, ormai completamente consapevoli di come funziona il sistema e di come con molta probabilità finirà ancora una volta tutta la vicenda, cioè con l’assoluzione degli imputati.

Un vero e proprio fumus persecutionis quello che ha per protagonista l’ormai più che ottuagenario presidente di Forza Italia, che riporta la giustizia a una fase barbarica e premoderna, quella in cui si perseguiva l’uomo e la sua costituzione morale e non semplicemente il reato. Dalle parole usate infatti dai due pm nelle loro requisitorie è infatti facilmente riscontrabile un’impostazione moralistica, con una sottesa invidia sociale per le fortune dell’imputato e per la vita gaudente ma pienamente legittima fra adulti consenzienti, che egli spesso conduceva e faceva condurre alle sue beneficiate.

La giustizia come vendetta e risarcimento storico delle diseguaglianze fra gli uomini: quanto di più aberrante posa concepirsi! È il risultato di una cultura giuridica che non può essere quella di un Paese civile. In verità, il gioco di una parte della magistratura (non tutta e nemmeno la maggioranza per fortuna) è ormai stato smascherato abbondantemente. E anche gli italiani non hanno più fiducia in essa, facendo a loro volta però spesso l’errore di mettere tutta l’erba in un fascio. Purtroppo questa consapevolezza non genera ribellione, ma assuefazione e disillusione su un possibile cambiamento.

Spero di sbagliarmi, ma ho paura che gli italiani il 12 giugno se ne staranno a casa e non faranno scattare il quorum sui benemeriti referendum su una giustizia più giusta, ovvero che sia tali, promossi da Lega e Radicali. Un errore gravissimo, e orse irrimediabile: chi è causa del suo mal, pianga se stesso… Uno scatto d’orgoglio è ancora possibile?

Corrado Ocone, 26 maggio 2022