Società

Salvare l’Occidente dai suoi salvatori

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Se il XXI secolo è iniziato nel solco della difesa dell’Occidente, la letteratura declinista non è propriamente una novità dell’ultimo minuto. In pratica non abbiamo fatto in tempo a celebrare la fine della storia (Fukuyama), che abbiamo subito dovuto recuperare Huntington (scontro di civiltà) e poi a ritroso anche Toynbee e Spengler. E in effetti gli elementi per considerare l’Occidente ben oltre il punto di rottura sono molteplici, sebbene una certa resistenza al fatalismo ci lasci coltivare l’idea che l’ultima parola debba ancora essere pronunciata.

Naturalmente è necessario prendere la questione tremendamente sul serio, visto che chi se ne è occupato finora non ha prodotto un solo risultato utile, e entrare finanche nell’ottica di difenderlo dai suoi difensori, di salvarlo dai suoi salvatori, la cui cattiva coscienza, in molti casi, è evidente. Di seguito ne vediamo alcuni.

Religione. Il baluardo dei valori cristiani è trasformato in una bandiera identitaria che riempie di proclami il dibattito pubblico proprio mentre lascia le chiese vuote. Intestarsi una difesa valoriale senza rispettare le pratiche devozionali è il tentativo di trasformare, e quindi svilire, in ideologia l’intero cristianesimo, fino al punto di non avere più la lucidità necessaria a comprendere la grandissima fede che si manifesta in contesti gravemente conflittuali come si trovano in Asia e in Africa. Là, con troppa frequenza, essere cristiani e andare a Messa significa realmente rischiare la propria vita. Del resto, quando arrivano le notizie di terribili attentati o esecuzioni sommarie, purtroppo spesso, il tutto viene derubricato come “minore” e sminuita l’importanza della testimonianza di quei fedeli martiri.

Patria. La difesa dei confini si fa con la forza, anche con quella diplomatica, e non con la retorica. E non si può parlare di sovranità nazionale accettando passivamente le ingerenze che da decenni ci impongono politiche economiche e strategiche sotto l’egida di potenze esterne, che siano gli Stati Uniti o l’Unione Europea. La vera difesa della patria richiederebbe il coraggio di affermare i propri interessi, di stringere alleanze strategiche in funzione della propria autonomia e di resistere alle pressioni esterne, quali che esse siano. L’incapacità di farlo rende il patriottismo proclamato un pallido tentativo di celare la sottomissione con la retorica.

Provincia. La modernità che viene promossa è un processo che concentra la ricchezza e le opportunità nelle grandi città, a loro volta sempre più bestiali, fatiscenti e insicure, svuotando per decreto le aree rurali e cancellando il patrimonio culturale e sociale che in esse risiede. Questa, spacciata per innovazione, è in realtà desertificazione.

Natalità. L’inverno demografico è un tema costante e scottante, usato anche per evocare scenari apocalittici che fanno da contraltare all’estinzionismo green. Ma la retorica sulla famiglia e sulle nascite perde ogni credibilità quando non è accompagnata dall’esempio, dall’azione concreta o dalla legislazione favorevole. Se si crede davvero che la famiglia sia il nucleo della società, la sua difesa passa per un impegno personale e politico di cui raramente scorgiamo traccia.

Nepotismo. Ma non è finita qui. La difesa della famiglia è spesso un pretesto per perpetuare il familismo tribale delle raccomandazioni, un sistema che distrugge la meritocrazia e condanna il paese all’immobilismo. L’Italia non innova anche perché la competizione non è basata sul merito, ma sulle relazioni. L’iniziativa privata e i nuovi talenti, invece di essere spinti in avanti, vengono frustrati dalla resistenza di un muro di burocrazia, tassazione (a loro volta sempre presenti) e favoritismi che premiano fedeltà e/o parentela e non la competenza. Così, la patria si trasforma in una repubblica fondata sulla raccomandazione, e la retorica sui valori familiari diventa la maschera di un sistema strangolatore cooptato verso l’impoverimento complessivo.

Statolatria. Curiosamente, laddove in Italia il 90% delle forze politiche espressione del parlamento si definisce liberale, si perpetua automaticamente un culto di matrice collettivistica per lo stato padre-padrone che interviene, controlla e mantiene una fitta rete di relazioni parassitarie. La vera libertà non convive con un sistema che, con la scusa della sicurezza o del welfare, anche quelli usati strumentalmente in modo inefficace, soffoca l’iniziativa e la responsabilità individuale. Questo non è un modo di difendere l’Occidente, ma di accettare una mentalità che ci rende dipendenti e impotenti, un ulteriore e chiaro segno di decadenza.

Autocritica o morte. Bisogna quindi riconoscere che l’autocritica non è fine a se stessa, ma prerequisito per una ricostruzione autentica, a patto che effettivamente combatta il nichilismo e il risentimento da cui siamo sommersi. Deve essere abbracciata un’autentica battaglia culturale, smettendo di usare il “woke” come alibi per la propria pigrizia intellettuale e incapacità di fare contro-egemonia. L’autocritica infatti non è un colpo inferto alla propria parte (è già essa stessa mentalità woke), ma l’unico modo per rafforzarla. L’Occidente ha dimostrato storicamente una capacità unica di rigenerarsi attraverso la crisi, proprio perché ha saputo mettere in discussione se stesso senza perdere il senso della propria identità profonda. La via d’uscita non passa attraverso il ritorno a un passato idealizzato né attraverso l’accettazione passiva del declino, ma attraverso il recupero di quella tensione creativa che ha sempre caratterizzato la civiltà occidentale: la capacità di coniugare tradizione e innovazione, stabilità e cambiamento, radici e apertura.

Significa riscoprire che la vera forza dell’Occidente non è mai stata nella rigidità ideologica, ma nella sua capacità di trasformarsi mantenendo viva la propria anima. Questo richiede il coraggio di distinguere tra ciò che è essenziale e ciò che è contingente, tra i principi che meritano di essere difesi e le incrostazioni che li soffocano. Significa anche riconoscere che la difesa autentica dell’Occidente può venire solo da chi è disposto a pagare il prezzo personale e politico di questa coerenza, non da chi si accontenta di scorciatoie retoriche buone solo a assecondare una preferenza temporale alta. In fondo, la speranza non risiede nel negare la crisi, ma nell’attraversarla con la consapevolezza che ogni vera rinascita è sempre passata attraverso la morte di ciò che era diventato inautentico.

È così che la libertà di parola vale, poiché o vale sempre o non vale mai e va usata per dire, tra le altre cose, che la democrazia è un mezzo, non un fine, nonostante sia in uso il costume di farne un feticcio procedurale in nome del quale tutto è considerato lecito. La tragedia della decadenza occidentale non sarà pertanto risolta da chi è il sintomo più evidente della malattia. La nostra rinascita richiederà coerenza, coraggio e un impegno che vada oltre le parole, per affrontare le sfide che ci aspettano e che rischiano di trovarci spauriti e con la trousse da guerra di Bruxelles. Magari scoprendo anche, una volta per tutte, che l’occidente stesso, in sé, non è altro che una funzione narrativa e che l’interesse, come tale, è sempre e solo eminentemente nazionale.

Michele Ferretti, 16 agosto 2025

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