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Salvini, o voto anticipato o schianto

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Se accetta un inutile rimpasto tra mezze calze, Salvini si inserirà nella galleria di quei leader, come Andreotti, Craxi e per ultimo Renzi, che, non favorendo le elezioni anticipate, si sono politicamente schiantati. Tutti e tre, di indiscutibile tenuta nervosa, ad un certo momento della loro storia politica hanno pensato di poter far proseguire i propri governi senza ricorrere al voto, grazie ad un apparato di potere ramificato. Sono stati fatti a pezzi. Salvini, al di là delle apparenze ‘machiste’, ha per di più una tempra fragile, lo si è visto quando è stato messo sotto accusa per il caso Diciotti  e quando, nonostante i proclami, ha mandato al macero i sottosegretari Siri e Rixi.

Il Capitano, senza apparati forti alle spalle, ha un’arma fenomenale, il consenso della gente comune, come ha dimostrato il risultato europeo. A parere degli studiosi di flussi elettorali, quel consenso non può che aumentare nei tempi brevi, per l’italianissima consuetudine di salire sul carro del vincitore. Andando da solo alle elezioni, senza caricarsi quel manicomio senza futuro di Forza Italia o la vera destra autoreferenziale di Giorgia Meloni, può ottenere la maggioranza alla Camera e al Senato. Se spingesse per il voto a settembre, non darebbe tempo e modo a tutti quei poteri, palesi o meno, di organizzarsi per annientarlo, visto che ormai è l’ultimo bersaglio da abbattere, dopo che gli stanno buttando giù tutti i principali birilli.

Se continua a vivacchiare in un governo così sgangherato, con numeri ballerini al Senato e conti pubblici disastrati, i suoi governatori ed elettori del Nord lo considereranno presto responsabile del peggior esecutivo della Repubblica, in lite su tutto, che ha portato, di fatto, l’Italia fuori dall’Europa, emarginata nel mondo per la gestione libica del “duo delle Meraviglie” Conte-Moavero. Con il voto anticipato e con l’autorevolezza di un grande risultato, al contrario, si aprirebbe per Salvini una stagione irripetibile. Potrebbe non solo affrontare la Legge di bilancio avendo cinque anni davanti, ma anche recuperare i rapporti con la nuova Commissione Ue e varare le grandi riforme (fisco, giustizia, infrastrutture, autonomie), fino alla elezione di un Presidente della Repubblica indicato dal centrodestra.