Altro che “gara truccata”. Qui siamo al teatro dell’assurdo, con l’ennesima inchiesta che rischia di trasformarsi in un boomerang mediatico prima ancora che giudiziario. Perché diciamolo subito, senza girarci troppo attorno: parlare di turbativa d’asta sul dossier San Siro non sta né in cielo né in terra. E il punto non è difendere qualcuno a prescindere, ma evitare che si spacchi il capello in quattro su un’operazione che, nei fatti, non ha nulla di oscuro.
Il giorno dopo la perquisizione negli uffici comunali da parte della Guardia di finanza, il sindaco di Milano Beppe Sala prova a rimettere ordine nella narrazione. Lo fa via social, come ormai da manuale, spiegando quella che è stata — a suo dire — una scelta politica precisa: “Abbiamo ipotizzato la ristrutturazione dello stadio esistente. La posizione dei club era ed è però chiarissima: o uno stadio o via da Milano”. E qui già si dovrebbe chiudere la discussione. Perché se Milan e Inter ti dicono “o così o ce ne andiamo”, il margine di manovra del Comune è quello che è. Non è che puoi inventarti una realtà parallela.
Sala insiste e rivendica anche il metodo: “Avrei potuto tirare a lungo e lasciare questa patata bollente al prossimo sindaco. Certo, i milanesi avrebbero visto partire i lavori per il nuovo stadio di Roma, per fare un esempio, mentre a Milano ci si sfiniva in dibattiti fra partiti, comitati etc etc. Ma non sarebbe stato da me. Questa città non merita un sindaco passacarte. E speriamo non lo avrà mai”. Parole forti, ma che arrivano — diciamolo — un po’ fuori tempo massimo. Perché il vero problema politico di questa storia è tutto qui: Sala parla, spiega, chiarisce… sempre dopo. Sempre quando il caso è già esploso. Sempre quando la magistratura è già entrata in scena.
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Poi c’è il nodo della presunta “svendita”. Anche qui, un film già visto: “Meglio Milano con uno stadio nuovo o Inter e Milan a San Donato? lo sono per la prima ipotesi. Credo anche la stragrande maggioranza dei milanesi. Lo stadio e le aree limitrofe si sarebbero potute vendere a un prezzo diverso? Abbiamo fatto fare una doppia valutazione. La prima dall’Agenzia delle Entrate, che ci ha indicato un prezzo che è stato poi quello sul quale si è raggiunto un accordo. La seconda da Politecnico e Bocconi, che addirittura hanno ipotizzato un prezzo più basso. Più di così…”. Appunto: più di così cosa doveva fare il Comune? Tripla valutazione? Una gara planetaria? Qui siamo al paradosso: si contesta un’operazione che è stata validata da più soggetti pubblici e accademici.
E arriviamo al cuore della questione, quello su cui si costruisce l’ipotesi accusatoria: l’avviso pubblico. Anche qui Sala prova a smontare il castello: “Bisogna chiarire che la Legge Stadi autorizza, anzi spinge i Comuni, a contrattare direttamente con i club locali, senza bisogno di alcun avviso pubblico — scrive Sala in proposito —. L’avviso pubblico, quindi, è stato fatto solo per verificare che non ci fossero soggetti interessati a proporre soluzioni alternative a quella di Milan e Inter. I 35 giorni erano previsti solo per una generica manifestazione di interesse all’acquisto, o alla ristrutturazione dello stadio. Se poi fosse pervenuta qualche manifestazione di interesse si sarebbe stabilito un termine congruo per formulare una vera e propria offerta, con un livello di approfondimento più elevato”. Tradotto: non solo non c’era obbligo di gara, ma il Comune ha pure fatto un passaggio in più per trasparenza. E allora di che stiamo parlando? Di una “turbativa” su qualcosa che, per legge, non doveva nemmeno essere una gara?
Nel frattempo, tra le due società, il clima resta quello di chi osserva la vicenda con crescente irritazione. Nessuna fuga in avanti, nessun allarme rosso. Ma anche poca voglia di assistere all’ennesimo stop burocratico-giudiziario mentre si prova a investire. Perché questo è il punto: ogni volta che si muove qualcosa in questo Paese, o anche solo a Milano, scatta un’indagine. E infatti né l’Inter né il Milan sembrano intenzionate, almeno per ora, a tirare il freno a mano o a far valere clausole di uscita. Anche perché le alternative si sono progressivamente ridotte: i nerazzurri non hanno più il piano Rozzano, mentre i rossoneri hanno già investito sull’area di San Donato.
Insomma, mentre qualcuno grida allo scandalo, la realtà è molto più semplice: si è tentato — finalmente — di decidere qualcosa su San Siro. E questo, in Italia, pare già un problema. Con una chiosa finale che riguarda proprio Sala: rivendica di non essere un “passacarte”, ma nei fatti è sembrato troppo spesso un amministratore che prende tempo. E anche oggi, nel momento più delicato, arriva tardi. Le parole servono, certo. Ma la politica, quella vera, è fatta di scelte — e soprattutto di responsabilità prese quando conta davvero.
Franco Lodige, 2 aprile 2026
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