
Pedro Sánchez continua a vendersi come il volto rassicurante del progressismo europeo, il leader moderno capace di tenere insieme crescita, diritti sociali e stabilità istituzionale. Da anni la sinistra italiana – con Elly Schlein in prima fila – lo indica come esempio da seguire, quasi fosse il manuale vivente di come si batte la destra e si governa senza complessi. Oggi però quel modello si sta sgretolando sotto il peso della realtà. E la realtà dice una cosa semplice: il governo Sánchez sta affondando.
Junts è sempre più insofferente al fatto che il governo di Sánchez, con cui ha rotto i rapporti lo scorso autunno, approvi leggi e decreti senza consultarli, come nel caso della recente regolarizzazione degli immigrati. La portavoce di Junts in Parlamento, Míriam Nogueras, aveva avvertito giorni fa che la sua interrogazione al presidente di questa settimana avrebbe meritato attenzione. La novità è che, di fronte a questo crescente malcontento, Nogueras ha chiesto al leader di anticipare le elezioni.
La tensione è palpabile. Junts si è schierato con Partido Popular e Vox contro il decreto del governo che punta alla regolarizzazione straordinaria di circa 500 mila migranti irregolari. Una misura che Sánchez considera centrale sia sul piano sociale sia su quello economico, legandola alla necessità di far emergere lavoro nero e aumentare il numero di contribuenti. Ma proprio su questo dossier è esplosa la frattura. Secondo il partito indipendentista catalano, il decreto sarebbe stato costruito senza tenere conto della realtà linguistica e istituzionale della Catalogna. Junts denuncia che il testo “esclude il catalano” come elemento rilevante nei percorsi di integrazione e accesso ai permessi, continuando a considerare il castigliano come unica lingua di riferimento. Per gli indipendentisti, si tratta di una scelta politica grave, che marginalizza una lingua ufficiale e ignora le competenze autonome della Generalitat. Le accuse non si fermano qui. Junts sostiene anche che il governo centrale avrebbe invaso ambiti che spettano alla Catalogna, imponendo criteri uniformi da Madrid senza concertazione con le autorità catalane. In sostanza, per il partito di Puigdemont il decreto non solo penalizza il catalano, ma rappresenta l’ennesimo esempio di centralismo statale mascherato da misura sociale.
E anche l’ultimo scontro parlamentare con Alberto Núñez Feijóo è stato rivelatore. Il leader del Partido Popular ha incalzato il premier sugli investimenti insufficienti, sui ritardi infrastrutturali, sui servizi che arrancano, sul divario crescente tra la Spagna raccontata nei convegni e quella vissuta dai cittadini ogni giorno. Sánchez, invece di entrare nel merito, ha reagito come ormai fa sempre più spesso: alzando i toni, insultando l’avversario, riesumando vecchi scandali della destra e spostando il dibattito sul terreno della propaganda. “Voi vi finanziate in nero e volete lavoratori in nero”, ha detto al PP. Una battuta feroce, certo. Ma anche il segnale di un leader che non ha più molto altro da offrire.
Perché il problema non è la schermaglia d’aula. Il problema è che attorno a Sánchez si è formato un sistema logoro, assediato da scandali, tensioni giudiziarie e alleanze sempre più fragili. Il caso più pesante riguarda José Luis Ábalos, ex ministro dei Trasporti, uomo chiave del sanchismo, per anni uno dei fedelissimi più influenti del premier. Ábalos è finito a processo insieme al suo ex consigliere Koldo García nell’ambito del cosiddetto “caso Koldo”, la maxi inchiesta sulle presunte tangenti relative ai contratti pubblici per materiale sanitario durante la pandemia. Le accuse comprendono corruzione, appropriazione indebita, traffico d’influenze e organizzazione criminale. I magistrati hanno chiesto pene pesantissime.
Poi c’è il capitolo familiare, ancora più imbarazzante. La moglie del premier, Begoña Gómez, è stata formalmente coinvolta in una lunga vicenda giudiziaria relativa a presunti favori, traffico d’influenze, uso improprio di fondi e rapporti privilegiati legati al suo ruolo pubblico. La procura ha chiesto l’archiviazione, ma il caso resta il più serio terremoto politico-personale affrontato da Sánchez negli ultimi anni, tanto che nel 2024 arrivò perfino a minacciare le dimissioni con la celebre “pausa di riflessione”. Come se non bastasse, anche il fratello del premier, David Sánchez, è atteso a processo in una vicenda distinta legata a presunto traffico d’influenze e a un incarico pubblico considerato sospetto dagli inquirenti.
E non citiamo altri ministri o compagni di partito. Situazione delicata per colui che arrivò alla Moncloa cavalcando proprio il disgusto degli spagnoli verso gli scandali del Partido Popular. Fece cadere Rajoy in nome dell’etica pubblica, promettendo una nuova stagione. E queste sono solo alcune delle grane, perché è sempre più evidente come la sua maggioranza sopravviva appesa ai voti dei separatisti catalani e di piccoli partiti territoriali che ogni settimana presentano il conto. Governa negoziando tutto, cedendo molto, galleggiando sempre. È un esecutivo che non decide: resiste. E quando un governo vive solo per tirare a campare, ha già iniziato a finire.
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Con buona pace della sinistra italiana che lo ha trasformato in modello. Schlein e compagni hanno guardato a Madrid come a una specie di laboratorio del futuro progressista: coalizioni variopinte, agenda ultra-identitaria, retorica anti-destra, europeismo da convention. Ma il laboratorio oggi manda fumo dalle finestre. La verità è che il “modello Sánchez” si sta rivelando per ciò che è: molto storytelling, molto marketing, molta costruzione mediatica. Meno solidità, meno trasparenza, meno stabilità di quanto si volesse far credere. E quando la narrazione crolla, restano i numeri, i processi, gli alleati infedeli e un Paese stanco. Per questo il punto non è se Sánchez cada domani o tra sei mesi. Il punto è che politicamente è già entrato nella fase discendente. E chi in Italia lo aveva scelto come faro dovrebbe iniziare a cercare un’altra lampadina.
Franco Lodige, 23 aprile 2026
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