
Eccoci ancora qui a tentar di spiegare, di spiegarci il miraggio di un evento che non c’è ma paralizza il Paese: Sanremo la settimana più importante dell’anno? Ma perché? La vetrina della musica vera, di qualità? Ma come, quando? Se mai il Festival come cornice vuota, significante senza significato ma allo stesso tempo spirito del tempo e visione del mondo, zeitegeist e weltanschauung, perfettamente rappresentativo non della musica, non di una nazione, ma del tempo senza costrutto, del mondo così com’è. Pura immagine, pura proiezione. O, per dirla con Pasolini, descrizione di descrizione.
Ma descrizione di che se non c’è corpo, sostanza, se non c’è niente da raccontare?
In questo spiritus mundi asmatico, convulso che è Sanremo, p saasiù apatia che élan vital, più tedio che volontà di rappresentazione, è inutile star qui a fare gli snob, le citazioni latine che nessuno ricorda: vince la cornice, vince l’evento che non c’è. I media tutti a dare i numeri ossia le cifre del miraggio, un miraggio pesante con i suoi 100 milioni di raccolta pubblicitaria, il 20% di presenze turistiche in più, i biglietti da duecento a duemila euro per sentire Elettra Lamborghini che fa i versi, l’indotto che nessuno sa quantificare ma è “importante”, come usa dire. Poi gli affari sopra e sotto, sponsor, griffe, scommesse, emittenti, programmi, dirette, finestre, radio, case discografiche, già solo esserci frutta qualche decina di migliaia di euro, a titolo di presenza, se poi ti piazzi bene o comunque ti segnali, se si parla di te, la stagione è garantita, arrivano i concerti nelle arene, negli stadi. Fino all’Eurovision che è un’appendice dove tutti vogliono andare, per primi quelli che dicono di no come la nostra flotillera Levante. All’Eurovision no e a X Factor sì? A Sanremo sì? Ma niente paura, qui non si fa politica, Carlo nostro si defila, dice che non ci capisce niente, ma capisce fin troppo bene cosa deve fare: non creare problemi e non farsene creare, sia mai, tra Gaza e il referendum. Perché il Festival che non c’è è come una mina vagante, può galleggiare nella noia per ore, giorni e poi di colpo esplode o la fanno scoppiare coi pretesti più stupidi.
Ma pur che se ne parli! E possibilmente si possa nuocere alle destre guerrafondaie e serve di Trump, non è vero? Quelli di Repubblica hanno inventato di sana pianta, unica cosa che gli riesce bene, la partecipazione della presidente del Consiglio, tanto per fomentare un po’ di qualunquismo progressista: Meloni se ci va è scandaloso, Mattarella è salvifico, la salvaguardia della democrazia. Ma non ci va. Ha ragione Sallusti, è il Festival della stupidità ma così è se vi pare, così deve essere. In questo senso vale perfettamente anche per le miserie musicali, tu chiamale se vuoi canzoni.
Alla fine l’evento che non c’è “tra un belino e l’altro” muove circa 200 milioni di fatturato, che è l’unica cosa che conta: dai soldi discende il potere e dal potere discende il resto, le fortune e le disgrazie intramoenia, vale a dire nei corridoi, negli uffici che contano in Rai e non solo in Rai perché questo è spettacolo di regime, roba totalitaria da democrazia cinese. Detta facile: se il Festival va male, gl’imbecilli di sinistra dicono Meloni riferisca in parlamento, se va bene che è un successo dei governi precedenti.
Certo non si dica che qui gira la musica importante. Gira la musica del basso e bassissimo commerciale, che più insulsa è e meglio è, studiata apposta, assemblata apposta per la collezione primavera-estate: ritmi spastici, facce anonime, addobbi insulsi e versi indegni. Conati, più che versi. C’è una ricerca perfino indecente, tanto è sfacciata, del tormentone estivo per far soldi. Essendo tutti avventurieri, non c’è un solo artista di vaglia quest’anno “ma nisciuna se ne ‘mpuorta”, come cantava Pino Daniele, anzi meglio: si può fingere di puntare sui giovani, sulle sorprese. Ma sì, che vuoi stare lì a fare il difficile. La cornice. L’evento che non c’è ma, non essendoci, esiste. Il carrozzone va avanti da sé e ci par di precipitare in un tempo perduto, uno spiritus mundi che sfornava capolavori in quantità da rinascimento musicale. Quaranta, cinquant’anni fa: come siamo arrivati ai Ditonellapiaga e Bambole di Pezza? Domanda inutile, e ci scappa da piangere.
La cosa più eccitante è la sigla dell’eurovisione che riporta antichi epoi sportivi: “Capello… Capello… Gol di Capello! Wembley è espugnata!”. Epoche andate e si parla molto di Pippo, come a dire: da soli non ce la facciamo; più in generale, come sempre, si investe su morti e morituri, si sa che la cara salma va su tutto e non manca il momento di geriatria resistenziale, da Mattarella alla Repubblica che ha 80 anni mentre Sanremo 76 e c’è una di 105 che potevano anche risparmiarsela, poveretta: scusassero i cuoricini, cuoricini ipocriti, ma dobbiamo dirlo come va detto: è un abuso bello e buono alla quarta età, un momento patetico sulle ossa di una povera signora che non sa più niente e suscita risate di compatimento: ecco Sanremo, il suo buonismo feroce, il suo cinismo inclusivo.
Sul piano più tecnico, si registrano molti effetti di penombra, fasci, luci caldissime, meno blu televisivo, molto rosso in relative sfumature, come per un salotto intimo, accogliente. Si fa largo uso dell’orchestra, perché l’orchestra con gli archi nobilita tutto anche le canzoni che non esistono. Più in generale, fatta salva la pochezza artistica, si percepisce lo sforzo televisivo a far le cose più eleganti, più solennità e meno baraccone. Ma che puoi fare quando il livello è infimo? Al Sanremo dei valori si parla sempre di successi, di soldi, di vendite, di fatturati, e si ringrazia molto: la mamma, l’orchestra, il teatro, il pubblico in sala, il pubblico a casa, il destino, l’anno passato, l’anno che verrà, nella più puro spiritus mundi perbenista e perbenino. “Guardatevi dal lievito dei farisei!”.
Pausini che dice a Ferro “bentornato a casa”, capite, Sanremo è roba loro. Ma se la musica ha anche una funzione culturale, educativa, evolutiva, Sanremo è una delle cause, o degli effetti, o entrambi, di una involuzione drammatica. Oggi Flaiano non spremerebbe veleno come nel ’68, “La verità è che a me lo spettacolo, non so più se ridicolo o penoso, di quella gente che urla canzoni molto stupide e quasi tutte uguali, lo spettacolo mi è parso di vecchi. Comunque, se la gioventù è questa, tenetevela. Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato”. Oggi che Sanremo annichilisce, annulla il Paese, finisce all’una e mezza, fa incontrare i due Sandokan, come dire il top del cringe fuso nel trash, si ammazzerebbe e basta. Non si può fare 30 cantanti, non si può, per la Marianna di Labuan.
Quanto avrà fatto la prima del Festival? Dieci milioni, dodici? Cinquanta, ottanta come nella Cina del capitalismo di Stato?
Max Del Papa, 25 febbraio 2026
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