Cultura, tv e spettacoli

Sanremo e la dittatura delle quote rosa

Il dibattito sulla presenza femminile accende la kermesse

sanremo carlo conti quote rosa Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Come sottolineato da Alessandro Sallusti su queste pagine, una giornalista di Gente, Maria Elena Barbi, ha contestato a Carlo Conti la scarsa presenza femminile tra le cantanti in gara al festival di Sanremo: “Le donne solo solo un terzo”, ha sostenuto la suffragetta della parità musicale.

E con fare da inquisitrice del tribunale supremo delle quote rosa ha accusato il direttore artistico della competizione canora di aver escluso cantanti che avrebbero potuto ben figurare, usando parole molto dure: “Emma Nolde si è proposta, tu hai rifiutato. E poi ci sono altri nomi: La Nina, Anna Castiglia. È sempre un caso? Come mai hai sempre preferito gli uomini alle donne?”.

Sebbene Conti abbia spiegato alla stessa paladina delle quote rosa che solo Emma avesse presentato una canzone e di aver “sottolineato più volte alle case discografiche che c’era poca presenza femminile, ha poi dichiarato che “bisogna fare delle scelte” e che se le canzoni presentate dalle donne sono scarse – in sintesi- non è una sua responsabilità.

Ma la Barnabi ha rincarato la dose, sostenendo imperterrita la sua tesi accusatoria: “Le donne sono un terzo. Ci sono molte donne che stanno avendo successo: potevano avere un posto sul palco e non ci sono”. Ma Conti ha ribadito la sua linea : “Io scelgo le canzoni”.

A questo punto la giornalista-inquisitrice ha espresso la sua insindacabile sentenza : “Hai preferito le canzoni degli uomini”.

Insomma, se fino a qualche decennio addietro un certo qual progressismo d’accatto si emozionava nel citare uno dei più famosi slogan di Lenin, uno dei principali miti rivoluzionari del novecento, “tutto il potere ai soviet”, oggi una delle tante diramazioni di tale progressismo, quelle in salsa rosa, tutto il potere, in questo caso nel mondo delle canzonette sanremesi, sembra volerlo dare al genere femminile.

Tutto questo quasi dimenticandosi che nel mondo Lgbtiq non esiste un numero fisso o limitato di generi, poiché l’identità di genere è uno spettro ampio e personale, distinto dal sesso biologico.

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Oltre ai generi maschili e femminili (binari), esistono molteplici identità non binarie, tra cui transgender, genderfluid, agender, bigender e intersessuale, che non si conformano alle norme ,tradizionali.

Ebbene, a questo punto come la mettiamo? Gli artefici dei prossimi festival delle canzonette italiane ne terranno conto, stabilendo tenendo conto nella selezione dei cantanti di questo manicomio di genere, oppure, in contrasto con quanto sostenuto dall’inviata di Gente,lasceranno piena autonomia al direttore artistico di turno?

Claudio Romiti

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