Cultura, tv e spettacoli

Sanremo, il Festival del vittimismo di Stato

Tra lutti esibiti, lacrime telecomandate e propaganda woke, la musica sparisce e resta solo l’autocommiserazione di un Paese stanco

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Quello che non traspare, ma traspira, dall’ultimo Sanremo sono gli accenni autobiografici che virano sul patetico. Come se quelli che cantano si fossero stancati, salvo i giovani, nati decrepiti, di parlare di amori canonici, di cuoricini o di faccende sessuali e puntassero più sul dolore esistenziale. Poi se per sincerità o per calcolo, non è chiaro. C’è una spudorata ammissione di disagio, di inadeguatezza, di fragilità che circola e se non circola nelle canzoncine esce nelle interviste a cuore aperto, per così dire.

Una ragazzina di 22 anni, Angelica Bove, si è segnalata tra le nuove proposte con un brano “Mattone” che, si scopre, parla della perdita dei genitori a breve distanza: “Un dolore immenso, nessuno può capire”. Il conduttore dei giovani, Gazzoli, ricorda la madre appena perduta. Lo stesso, con apposita canzone, la fin troppo convinta Serena Brancale, mentre Arisa torna l’ennesima volta sui suoi rovelli, sempre declinati in vittimismo cinguettante e Fedez come ogni anno si compiange su non si capisce bene quali errori, se fatti da lui, attribuiti agli altri, a chi glieli fa pesare. Questo Fedez è un bel tipo: più chiede di lasciarlo in pace e più sta in mezzo, vuole crescere ma fa sempre lo stesso personaggio, l’ha chiusa con la degna ex moglie, la Ferragni della beneficenza di risacca, ma sta sempre lì a parlarne, accusa, mette le mani avanti, come un ragazzino di 40 anni, e l’altro, Masini, pare l’insegnante di sostegno paziente, lui che a suo tempo si era raccontato come vittima di maldicenze, persecuzioni.

Non stiamo facendo del sarcasmo, ci limitiamo a registrare una tendenza che sarà anche pura come acqua di fonte, ma rischia di diventare una moda. O lo è già, come i casi di tanti che dopo un anno di giostra scendono sconvolti, non reggono, si perdono, ultima la Angelina Mango vittima di depressione da successo. Per dire di un mortorio nel mortorio, perché questo Festival è davvero un museo delle cere, si trascina in attesa della fine ed è troppo facile scaricare tutta la colpa sul mediocre conduttore. Democristiano lo è: zitto zitto, il Festival narcolettico continua a proporre i suoi qualunquismi militanti e elettorali all’insegna di un woke tanto più idiota quanto più scontato, stantio: prima la partigiana Gianna di 105 anni chiamata per fare lo spot, se ne renda conto o meno, al PD, all’ANM del No al referendum; poi le lacrimucce chirurgiche di Ermal Meta per i bambini, ma solo alcuni, quell’altro apprendista Ghali, il Sayf che con la sua faccia da baby maranza vuole “cambiare l’Italia di Berlusconi” e arriva tardi e forse dovrebbe solo cambiare fornitore di ispirazioni.

Non manca la pesantezza militante di Levante, inversamente proporzionale alla sostanza, che rifiuta i fiori (a Sanremo?) e se la piglia con Israele, così come quel gruppo di scappate di casa, ‘ste Bambole di pezza che accusano, lì in 5 in un colpo solo, il Festival di offrire poche donne. E va beh, se ci metti le percepite o non dichiarate, si pareggia il conto, fidatevi. Il ragazzo Paolo annientato da una gang di balordi, peccato non abbiano detto nella melassa dei “non si molla un cazzo” che chi lo ha ridotto così non ha mai pagato un cazzo. Dulcis in fundo, lo strazio di Lauro per i ragazzi morti a Crans Montana e più in generale il coro dei bambini di bianco vestiti, ricchi, fortunati, in memoria di quelli caduti da tutte le parti per le guerre. Tu chiamala, se vuoi, bella coscienza, impegno, se no sciacallaggio.

Di messaggi, ora palesi ora di sponda, quanti se ne vogliono: insomma la musica è la stessa; allora perché non ci si fa caso? Semplice, per stanchezza contagiosa, per apatia di una rassegna dove tutti sono sfiniti e nessuno ha voglia d’inventarsi una polemica. Ma sì, pur che finisca sto strazio. Il conduttore democratico e cristiano è così anestetizzante che ha disinnescato tutto e tutti a partire da se stesso. L’eterno riposo televisivo dona a noi Sanremo: è incredibile l’inerzia su cui riposa questa liturgia atonale in tutti i sensi: un evento preparato in un anno, studiato, concepito, dove niente, credeteci, è estemporaneo, improvvisato, dove accorrono autori a frotte e tutto ha l’inesorabilità di un metronomo, alla fine ha partorito una piattezza sconcertante che a volerla immaginare non ci si sarebbe arrivati. Un Festival de’ languoris quale non si era mai visto, pur nella assoluta pochezza di innumerevoli edizioni e sempre più regolarmente negli ultimi anni. Ma non ce l’ha una dignità professionale il Gino Castaldo a dire di “una serata pazzesca dove è successo di tutto”?

Lo abbiamo capito, conta il brand per dire la cornice, l’indotto di conseguenza, ma questo Sanremo arrivato al settantaseiesimo giro tradisce molti più anni della sua anagrafe, è davvero lo specchio della parti-Gianna che vive di miti perduti e non ha più molta lucidità del presente e, soprattutto, del futuro. Se si pensa che la presenza più incombente è Pippo Baudo che ogni due per tre riaffiora in ectoplasma, perfino per annunciare la Pausini. Poi tutti. Già solo la celebrazione di Mogol, 90 anni evidentissimi, si è risolta in una allucinante Spoon River di un quarto d’ora. Un Sanremo kantianamente depressivo in sé. Ma può un Festival parlare solo di morti, di lutti, di malattie, di infermità, di dolori, di disperazioni, di mancanze, di sconfitte, di sconcerti, di sgomenti? Con il conduttore che, grottescamente, si ostina a ripetere, a mantra, “che emozione, che energia” e con ogni evidenza è il primo a non crederci? Se poi questo sia effettivamente lo specchio di un Paese, è meglio non chiederselo.

Max Del Papa, 28 febbraio 2026

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