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Scalare il nostro Mont Ventoux è sofferenza, ma è vita

Se sei stato un grande viaggiatore, curioso di tutto e su tutti, e poi, un giorno, per motivi naturali, non puoi più esserlo (ohibò, sembra proprio il mio caso), ti restano tanti ricordi, tanti straccetti di vita vissuta. A quel punto, tutto dipende da te. Se i ricordi ti sorreggono puoi trasformare gli straccetti in una tela, in un nuovo racconto. A volte, il viaggio equivale a tornare dove già eri stato, e raccontare, con parole diverse, il vecchio come un nuovo viaggio, anche se tu non ti sei mosso.

D’improvviso è ricomparso nella mia memoria il 13 luglio 2000, quando Lance Armstrong e Marco Pantani si incontrarono sul Mont Ventoux e avvenne il miracolo: il birbante fu sconfitto, per una volta, il bene prevalse sul male. Molti anni prima avevo scoperto questo luogo lunare, per me magico, perché era poco distante da dove era nato mio papà, quando mio nonno e mia nonna erano migranti in Francia. Nella piccola cittadina di Apt, mia moglie ed io, nell’unica locanda, trascorremmo la nostra prima notte di nozze. Era il 1961, ci eravamo sposati alle 7 del mattino a Torino, ora antelucana per un matrimonio religioso, perché dopo c’erano funerali importanti. Fu immediata la partenza con una Fiat 600 per la Provenza, ci arrivammo all’ora di cena. Fin da piccolo al mito del Toro avevo aggiunto quello di Fausto Coppi. Noi della classe operaia ci identificavamo in lui, mentre le élite tifavano per Gino Bartali.

Francesco Petrarca affrontò il Mont Ventoux (il “Monte Calvo”) insieme al fratello Gherardo nel 1336, quando era nel pieno di una crisi spirituale tale da rendergli la scalata particolarmente difficile, malgrado avesse due sherpa di supporto. La lettera in cui racconta questo episodio, a detta degli storici, rappresenta il discrimine fra Medioevo e Umanesimo. La scalata del Mont Ventoux l’ho fatta una volta sola (come sherpa avevo un’auto Fiat), ma mi ha segnato: non è solo una salita, ma un vero spartiacque fra passato e futuro. Il punto di partenza è un delizioso paesino provenzale di pietra e di viti di vini pregiati, Bédon, a 300 metri di altitudine. In 22,7 km si copre un dislivello di 1616 metri (come succede per la mitica parete nord dell’Eiger), con una pendenza media del 7%. Se hai certe sensibilità puoi considerarlo un percorso di vita, ci sono, in successione, tre tratti, la giovinezza spensierata, la serena maturità, l’imbarazzante vecchiaia.

Nel primo tratto, circa 5 km, la strada sale, poche difficoltà, la pendenza è del 5% e così arrivi al famoso “Virage di Saint Estéve”. Lì comincia il secondo tratto, è un tornante secco ove la pendenza raddoppia di colpo. Da quel momento, resta fissa al 10% e dura per una decina di chilometri, ma il contesto è bellissimo, sei immerso in una foresta di larici e di cedri, l’aria è purissima e profumata. In lontananza vedi Chalet-Reynard, il punto di ristoro. Qua finisce il mondo civile, finisce la terra. Sei nel terzo tratto, il paesaggio si fa lunare con spicchi marziani, ti senti solo, nessuno può aiutarti, non puoi tornare indietro, devi andare avanti, fino alla cima, incontro al tuo destino. La pendenza ora è al 7-8% ma il mistral da un lato e il sole a palla dall’altro, ti tolgono il fiato, ti tagliano le gambe, ti cuociono il cervello, ti coprono la vista, ti sferzano l’anima.

2 Commenti

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  1. Ho solo visto in TV quello che Lei ha desritto. Lo ha scritto talmente bene che sono arrivato in cima alla salita. Senza fiato. Come Lei non ho più seguito il ciclismo dalla morte del pirata. Ancora adesso voglio credere che le sue imprese siano state pulite e quello che è successo dopo la conseguenza di quello che gli hanno fatto come atleta , tuttavia non sono più affascinato da certe imprese , si è instaurato in me il tarlo del dubbio ( mi riferisco alle imprese di oggi ) !

  2. Buongiorno Dr.Ruggeri.

    Mio padre classe del ’15 tifava Moser ma anche perchè mio padre era nato in Friuli Venezia Giulia. Di ciclismo non mi appassionò mai ma bi mountainbike mi appassionò un compagno dei tempi delle scuole superiori.
    Di scalate sono appassionata di mio.
    A poco più di 49 anni mi rendo conto che per me sarebbe impensabile rifare i percorsi di scalata sia con la mountain bike che le direttissime come quella del Gran Sasso ( mi infilai in un caminetto, feci leva con la spinta per uscirne, una mano di uno sconsciuo scalatore mi salvò da una inarrestabile caduta mortale, non era arrivata la mia ora).
    Senza protezioni, senza corde, in solitaria a volte massimo in due.
    Mi manca la roccia a vegetazione zero, quella sua maestosità ed imponenza, quel senso di timore reverenziale misto ad attrazione fatale mi è rimasto, quelle sensazioni la posso provare con il solo ricordo.
    Le sccalate dell’animo sono le più difficili.
    Kalipè Dr. Ruggeri.

    Elisabetta Perin

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