Commenti all'articolo Scalare il nostro Mont Ventoux è sofferenza, ma è vita

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ARMANDO TERRAMOCCIA
ARMANDO TERRAMOCCIA
10 Agosto 2019 17:54

Ho solo visto in TV quello che Lei ha desritto. Lo ha scritto talmente bene che sono arrivato in cima alla salita. Senza fiato. Come Lei non ho più seguito il ciclismo dalla morte del pirata. Ancora adesso voglio credere che le sue imprese siano state pulite e quello che è successo dopo la conseguenza di quello che gli hanno fatto come atleta , tuttavia non sono più affascinato da certe imprese , si è instaurato in me il tarlo del dubbio ( mi riferisco alle imprese di oggi ) !

Elisabetta
Elisabetta
10 Agosto 2019 9:10

Buongiorno Dr.Ruggeri.

Mio padre classe del ’15 tifava Moser ma anche perchè mio padre era nato in Friuli Venezia Giulia. Di ciclismo non mi appassionò mai ma bi mountainbike mi appassionò un compagno dei tempi delle scuole superiori.
Di scalate sono appassionata di mio.
A poco più di 49 anni mi rendo conto che per me sarebbe impensabile rifare i percorsi di scalata sia con la mountain bike che le direttissime come quella del Gran Sasso ( mi infilai in un caminetto, feci leva con la spinta per uscirne, una mano di uno sconsciuo scalatore mi salvò da una inarrestabile caduta mortale, non era arrivata la mia ora).
Senza protezioni, senza corde, in solitaria a volte massimo in due.
Mi manca la roccia a vegetazione zero, quella sua maestosità ed imponenza, quel senso di timore reverenziale misto ad attrazione fatale mi è rimasto, quelle sensazioni la posso provare con il solo ricordo.
Le sccalate dell’animo sono le più difficili.
Kalipè Dr. Ruggeri.

Elisabetta Perin