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Scalfari s’abbassa al livello di Voltaire

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Eugenio Scalfari, si sa, è un uomo generoso. Non fa mai pesare la sua conclamata superiorità intellettuale, il suo oggettivo spessore filosofico, il luminoso destino che consegna la sua opera all’eternità. Anzi, ogni domenica ci consegna una lezione ex cathedra sotto forma di agile editoriale-lenzuolata su Repubblica, per la disperazione del redattore costretto a impaginare il Verbo scalfariano, il quale in genere si deve destreggiare tra citazioni sbagliate di imperatori romani, ricordi di gioventù un tantino mitizzati (o edulcorati, vedi l’entusiastico fascismo), rimandi cervellotici all’attualità politica, che in genere sfociano in una condanna del dittatore Salvini, della tianna Meloni, o comunque di qualche esponente dell’opposizione che invariabilmente costituisce una minaccia per la democrazia.

Nell’ultima omelia domenicale, però, il direttore-sacerdote ha superato se stesso, quanto a umiltà e lucidità, ed è arrivato ad abbassarsi al livello di François-Marie Arouet, detto Voltaire. Che è solamente il padre Fondatore dell’Illuminismo, mica di Repubblica. Dopo un rigoroso excursus storico che andava da Giulio Cesare a Papa Francesco (di cui, ricordiamolo, il nostro si è autoproclamato esegeta ufficiale nel silenzio-assenso del Vaticano bergoglizzato) senza approdare da nessuna parte, Eu-genio è disceso dall’Olimpo giù fino al Pantheon di Parigi, per interloquire con i resti mortali del filosofo. Che, ricorda, aveva già gratificato una volta con la sua penna: “Scrissi qualche anno fa un libro che raccontava di un mio fantastico incontro con Voltaire”.

Costui, “da me interrogato”, immaginiamo con paziente indulgenza, visto la sua difficoltà nel cogliere alcune nozioni scalfariane, “esponeva il suo pensiero dicendo di orientarsi verso la moderazione, la quale a sua volta si deve orientare verso la moralità”. Se, come se fosse antani la lettera sulla tolleranza dei Lumi con scappellamento a destra, vi sembra tutta una supercazzola fintamente colta, è perché non fate parte dell’unico ceto medio “riflessivo”, quello che si abbevera alla sacra fonte di Repubblica.

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