
In mancanza di tormentoni musicali, che i nostri artisti maranza si tengono per il prossimo Sanremo, l’estate venti venticinque vive sul pippone parapolitico, ma più paraculo, dei maturandi antagonisti. A cosa? Al minimo sindacale di impegno e di decenza. Ha cominciato uno di Padova, orecchie auricolari e espressione non troppo sveglia, reduce da precedenti bocciature, che non avendo una mazza da dire ha pensato bene di buttarla in vacca politica: non rispondo perché la commissione è schierata e pretende di valutarmi. Dopo di lui, il diluvio di Samanthe, Jessiche, Marine con i pretesti più petalosi, roba da tirar fuori il nerbo di bue: mi hanno fatto sentire un soggetto da valutare (sic!), troppo nozionismo, no all’autoritarismo, non hanno guardato la vera me, hanno rovinato il giorno gioioso.
Veramente la Maturità dà gioia una volta che è finita, per una serie di prospettive che spaziano dalle vacanze all’università: non ancora prima di cominciare, e non dovrebbe essere una scampagnata, ma i nostri immaturi maturandi han preso l’abitudine di effigiarsi con tanto di corona d’alloro e mazzi fantozziani di fiori, manco fossero usciti dalla conferenza di Solvay del 1927 in cui i migliori scienziati al mondo si gettarono le basi della fisica dei quanti.
Petalosi ma carogne: parlando in generale, e non dei singoli casi, non sono giovani fragili, non sono sensibili, sono viziatissimi e prepotenti; gli stessi che fanno casino fino alle 3 fra effluvi di canne, schiamazzi, viavai di bicicli in condominio e se a un certo punto sbrocchi corrono dai parenti frignando contro il vicino “autoritario”. Rivendicano tutto ma non restituiscono niente e non daranno mai altro che le loro pretese insopportabili: capitemi, mantenetemi, mandatemi in tivù. E fanno scema muta (non è un refuso) sapendo che non rischiano niente grazie al combinato disposto di un demenziale sistema di premi e di crediti che li promuove in automatico anche se si mettono a orinare sul banco della commissione, elaborato dalla sinistra nei suoi lunghi anni di potere (senza Maturità ovvero elezioni) ma che la destra, more solito, in tre anni non si è decisa a smantellare (“faremo, vedremo, provvederemo…”).
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Crescono bene, questi qua, alla scuola del fannullismo ammantato di valori che però, se vai a rileggere, sono le stesse puttanate antagoniste degli anni Settanta, dalla riforma marxistoide della scuola chiamata “Decreti Delegati” per cui ogni studente dava quel che poteva, cioè niente, e protestava quel che voleva, cioè tutto. Eresie classiste sospinte da quell’altro di don Milani, un altro passato in fama di santo ma che alla scuola ha provocato danni incalcolabili. Robaccia ideologica reimpastata, ma di spontaneo qui c’è meno di nisba: trattasi di manovrina squallida ad usum Piddì, perfettamente in linea con i “sentiment” della sua nomenklatura bimbominkia: già fioccano inviti ammiccanti alle feste dell’Unit*, seguiranno convocazioni al sabato europeista dei giovani piddini e prossime candidature per i migliori agit prop, debitamente sprovvisti di prova finale, sull’onda della del diversamente avvocato Francesca Albanese.
Dite che è avvilente lo spettacolo dei diciottenni già consacrati ad una propaganda così misera? Va beh, ma in quale altro modo pensate si faccia carriera? Non li vedete i mirabili esempi dovunque, da Sanremo al cinema criminale, all’informazione, alla televisione dei pupazzi portati da impresari che fanno da cinghia con la politica? Questi sono sospinti da genitori ideologizzati, per dire intrallazzati. E crescono bene, sono gli stessi che fanno le manifestazioni per Hamas e appendono le Meloni rovesciate. Dice dunque la sinistra sedicente liberale: tengono le loro ragioni questi nostri giovani, vanno ascoltati. Cazzata che sentiamo ripetere da cinquant’anni: non vanno ascoltati ma segati, non tengono nessuna ragione in base a nessunissimo presupposto. Ti presenti, rispondi, sei promosso. Non rispondi? Ritenta, sarai meno bocciato (forse).
Sotto nessun cielo, incluso quello sopra certi villaggi tribali, l’esame finale premia chi non risponde o addirittura i contumaci, i latitanti: è una contraddizione in termini, e non c’è bisogno di dilungarsi con le spiegazioni. Chi non lo sostiene è solo un irrisolto, un vigliacchetto provvisto di spocchia a pugno chiuso e che la sinistra degli opinionari cretini lo sorregga, dice tutto: sanno perfettamente che questi, organizzati e sospinti in falange, arrivano a tanto perché al governo ci sta chi ci sta – e non fiata; se all’Istruzione ci fosse un Raimo, una Salis, un Casarini non fiaterebbero loro, questione di feeling e anche perché verrebbero subito marchiati come provocatori fascisti. No, nessuno spirito liberale qui, nessun obbligo di comprensione: il liberalismo autentico non tutela i provocatori bercianti ma le istituzioni, che debbono essere libere di giudicare, valutare e cacciare i cialtroni senza rischiare la pelle o la gogna. Il liberalismo non è il solito garantismo per i balordi, come ormai acquisito, è dissenso, tolleranza, confronto nelle debite situazioni e coi dovuti limiti anzitutto di logica. È misura, e la misura non è un’ideologia ma il suo contrario, è aderenza alla realtà, è ristabilire la razionalità del funzionamento: qui siamo a confondere impunità per garanzia, prepotenza per diritto, anarchia infantile per organizzazione, siamo al ritorno del ventisette politico, delle materie alternative, teoria della rivoluzione, corso di lotta armata, master in occupazione, affinità e divergenze tra Ho Chi Min e il professor Oliva, “bombe, compagni, bombe!”.
Quante ne abbiamo dovute ricordare dai peggiori anni della nostra vita e i risultati si son visti: asini e farabutti incistati, per censo, famiglia e partito, nei gangli delle casematte culturali in ossequio all’egemonismo gramsciano, da cui il proliferare delle Chiara Valerio, delle Michela Murgia, dei vincitori in serie del premio Strega, di tracimante spazzatura giornalistica ormai secolare: non ce ne libereremo mai e come quelli allora, così oggi questi parassiti in erba che accusano i professori di “non avere voluto vedere la vera me” sono imberbi arroganti perfettamente consapevoli di avere la strada tracciata, e una strada privilegiata. Marx si sbagliava, non la tragedia si ripete in farsa, ma direttamente la farsa.
Dice anzi balbetta il timido Valditara che per quest’anno è andata così ma dal prossimo simili pagliacciate non avranno spazio, chi non risponde viene bocciato. Valditara forse non sospetta che fra un anno la situazione sarà irreversibile e saranno i cosiddetti studenti a “giudicare” le commissioni, a testate o magari muniti di mitraglietta, in un radioso ritorno degli anni di piombo. Corsi e ricorsi storici, la storia si ripete e cosa fatta capo ha, da un disastro non si torna indietro. Questa faccenda dell’estate venti venticinque degli immaturandi petalosi genderizzati per Hamas fa schifo ma ce la meritiamo come qualcosa che, dati causa e pretesto, non poteva che arrivare, l’effetto avverso di un ultralassismo, mammifero, ideologico, egocentrico che ci piace chiamare liberalismo, e invece è il suo dannatissimo rovescio, è arroganza, prepotenza, selezione dei peggiori, miseria umana, scolastica, civile. Ma non stupisce se il merito resta una dimensione oscena, se, come diceva il compagno Nichi Vendola, sentito con le sue orecchie da chi scrive, “merito è una parola fascifta, i bambini fono violini, fono le nuvole di Pafolini”. Nuvole gassose, anzi gaffofe.
Max Del Papa, 18 luglio 2025
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