Esteri

Schlein, Landini e l’Anpi: il cerchiobottismo ipocrita sull’Iran

I leader della sinistra non sanno che pesci prendere. Si schierano con gli iraniani, ma contro chi vuole liberarli

landini schlein iran Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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C’è un fil rouge che lega le dichiarazioni di Maurizio Landini, di Elly Schlein e dei vertici dell’ANPI, guidati dal presidente Gianfranco Pagliarulo. Ed è un filo che si attorciglia sempre più, fino a diventare un nodo stracolmo di contraddizioni.

Tutti dichiarano solidarietà al popolo iraniano. Tutti denunciano a gran voce la repressione operata dal sanguinario regime teocratico di Teheran. Tutti evocano democrazia, diritti e libertà. Ma quando si passa dal piano morale a quello politico, scatta il riflesso condizionato: condanna senza appello dell’azione di Stati Uniti e Israele, difesa del principio di sovranità, invocazione rituale della diplomazia.

Il punto è semplice e, al contempo, brutale: se il problema è il regime guidato da Ali Khamenei, come si pensa di liberare gli iraniani senza metterlo mai concretamente in discussione?

Landini dice di essere “da sempre al fianco” di chi lotta per la libertà in Iran. Bene. Ma poi respinge ogni azione esterna tesa ad indebolire il regime, definendola una violazione del diritto internazionale. Schlein si dice “netta nella condanna del regime”, ma altrettanto netta nel rifiutare qualunque intervento che possa alterarne gli equilibri di potere. L’ANPI, dal canto suo, parla di “aggressione a un Paese sovrano”, come se la sovranità fosse un certificato di legittimità morale.

È qui che risiede il cortocircuito.

La sovranità è un principio giuridico che non può diventare uno scudo etico per qualunque governo. Anche l’Italia di Benito Mussolini era uno Stato sovrano. La storia della Resistenza — a cui l’ANPI richiama a ogni occasione utile la propria identità — nasce proprio dal rifiuto di piegarsi a un potere legittimo sul piano formale, ma illegittimo su quello morale.

Se si condanna la repressione interna ma si rifiuta qualunque pressione esterna efficace sul regime, si finisce, di fatto, per difendere lo status quo. Si resta in una zona comoda: indignazione alta, rischio politico zero. Si sta “con il popolo”, ma senza toccare il potere che quel popolo opprime.

È una postura ipocrita e cerchiobottista che permette di tenere insieme tutto: pacifismo assoluto, denuncia dei diritti violati, condanna dell’Occidente interventista, retorica multilaterale. Ma è un equilibrio solo apparente. Perché la domanda rimane lì, inevasa: se non si mette fine alla Repubblica islamica, come si libera il popolo iraniano?

Invocare l’ONU e la diplomazia è certamente un esercizio nobile. Ma diplomazia con chi? Con un regime che reprime donne, studenti, omosessuali e sindacalisti? Con un sistema che non tollera alcuna forma di opposizione? Se l’unica soluzione ammessa è quella che non intacca il potere teocratico, allora la solidarietà diventa una mera formula retorica.

Landini, Schlein e l’ANPI sembrano dunque voler occupare contemporaneamente tutte le caselle morali: contro il regime, contro la guerra, contro l’escalation, contro l’Occidente che interviene. Ma la politica non è un esercizio di equilibrismo semantico: è scelta. E scegliere significa accettare che sostenere davvero chi lotta per la libertà può comportare anche decisioni scomode.

Altrimenti tutto resta solo un enorme e fragoroso cortocircuito: parole altissime sulla libertà e una prudenza tale da lasciare perennemente intatto proprio il potere che soffoca da sempre quelle libertà.

Salvatore Di Bartolo, 28 febbraio 2026

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