Qui al Bar abbiamo un po’ d’amaro in bocca e non per la psicosi sanitaria che ormai vieta lo zucchero urbi et orbi, no, è per l’ennesima distorsione narrativa che ci ostiniamo a segnalare, sapendo che cambia niente, ma nell’illusione che cambi qualcosa.
Le ultime notizie parlano di una velocista (ma non sarebbe meglio corridora?) a stellestrisce, la Sha’Carri Richardson, nome da rapper del ghetto, che, siccome maltrattava l’amico e collega Christian Coleman in aeroporto, sotto gli occhi di tutti, ha visto incrementare la già sfondata fortuna di privilegiata, dalla genetica e dalla politica. Sha’Carri, infatti, accusata di violenza domestica, ha provveduto con uno sprint degno di lei a passare da vittima, l’hanno trasformata in martire, spedita d’autorità ai Mondiali di Tokyo di settembre senza passare dalla prigione e le hanno pure incrementato gli sponsor; perfino il malcapitato moroso l’ha difesa, e si spiega: meglio la gallina dalle uova d’oro oggi che un processo domani.
Sha’Carri, infatti, ha tutte le carte in regola: disagiata, violenta, figlia del ghetto, bisessuale, dedita alle canne, roba che se se ne accorge la sinistra italiana la candida subito: manca solo la compulsione ad occupare, ma tanto quella è già milionaria, che se ne fa dei tuguri popolari? La giustificazione, anzi la spiegazione, la motivazione ufficiale del perbenismo woke è: poverina, ha avuto dei traumi infantili. Che, evidentemente, funzionano solo per una donna, benché fluida. Il maschio no, se ha dei traumi che si impicchi. La morale è facile, anzi inevitabile: se sei una carogna munita di utero, inferisci pure, hai solo da guadagnarci. In questo caso non si può scaricare il barile sul patriarcato bianco tossico, perché vittima e carnefice sono entrambi black, ma insomma almeno sul patriarcato sì; se le ha prese, lui, una ragione ci sarà. Ma poi anche bianco, dai, tanto è sempre colpa di Trump.
Eh, povera Sha’Carri, ha tanti problemi, come tutti, deve lavorarci su. Ma fin che le conviene, non ci lavora per niente.
E allora sale l’amaro, perché noi continuiamo a ripeterci che il woke agonizza, che il suddetto Trump lo demolisce, confidiamo nell’effetto domino, che in una Europa blindata dall’Unione sovvenzionata dagli arabi e dalle centrali woke è semplicemente impossibile, ma intanto questa fogna del pensiero, repressiva e malata, come la cacci ti torna moltiplicata, svuoti un secchiello e ti travolge un’alluvione. Se si pensa che dopo la allucinante vicenda del balordo di Gemona torturato, ammazzato, smembrato e scaricato a tranci da madre e moglie, due donne, certa feccia genderwoke ha trovato modo di esultare, considerandola “una vendetta contro il patriarcato”. Così si spiega anche il fronte-retro della narrazione woke, da una parte la dannazione del presunto patriarcato bianco, dall’altra l’autopercezione sessuale: se sono donna provvista di utero, mi basta percepirmi vittima di traumi infantili; se sono “provvista di pene” mi basta percepirmi provvista di utero, anzi percepirmi e basta, e siamo sempre lì, scattano i distinguo, le indulgenze plenarie, io non sono violenta, è che mi dipingono così e la colpa è di chi si piglia mazzate in aeroporto o in superattico.
Niente, non serve a niente il nostro denunciare, segnalare, ragionare: è patetico, è psicotico. Niente, il woke è morto, viva il woke. Niente, la logica ha perso, il razionale è irreale, noi ci battiamo pure, ma “troppo tardi e troppo poco” come avrebbe voluto scrivere Frank Zappa, maestro di politicamente scorretto, sulla sua tomba. Niente, facciamoci un altro caffè, è meglio. Senza zucchero, ovvio, se no capace che ti arrivano al Bar tutte insieme la polizia del pensiero, quella della salute, e quella della torrefazione.
Il Barista, 7 agosto 2025
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