
Fino a che punto la propaganda che diviene ideologia e luogocomunismo funzionale a mascherare l’inconsistenza di un’opposizione politica che ha bisogno della piazza per sentirsi viva può cancellare l’identità di un popolo?
Succede a Livorno che per agitarsi con i pro-Pal la città neghi sé stessa, anche se nessuno ci ha fatto caso. La questione si era posta a Marx ed Engels che sostengono: “Non si può togliere agli operai ciò che essi non hanno: la patria.” L’identità per i comunisti sta nella classe non nel territorio, nella tradizione e nello stratificarsi di una comunità. Si pensava che tutto questo fosse stato cancellato con la caduta del muro di Berlino; invece riemerge in maniera caotica e in talune circostanze violenta con i pro-Pal i quali inneggiano a uno Stato che non esiste, o che comunque ancora tale non è, cercando di cancellare lo Stato che c’è: l’Italia.
Che la protesta pro-Pal sia un pretesto per agitare le piazze e cogliere altri obiettivi è evidente, resta da capire chi la muove, la dirige, la fomenta. Con un eccesso di pericolosa superficialità il Pd di Elly Schlein e Giuseppe Conte tentano di usare le piazze per regolare i conti con il governo di Giorgia Meloni. Forse però sono loro medesimi a essere usati. La miopia è tale che quanto è accaduto a Livorno non ha suscitato alcuna reazione.
In breve: una nave della compagnia di bandiera israeliana Zim ha attraccato a uno dei moli del porto toscano. I portuali, sostenuti dai sindacati di base e dalla Cgil di Maurizio Landini che sabato torna in piazza per difendere la Flotilla che persino Sergio Mattarella ha “scaricato” rendendosi conto che non è una missione umanitaria, ma una provocazione politica, volevano impedire l’arrivo in banchina. Una volta che il cargo ha comunque attraccato hanno sentenziato: “Nessuna operazione di sbarco, imbarco e stoccaggio verrà effettuata.” La nave alla fine è salpata così come era arrivata, niente ha scaricato e oggi ne è attesa un’altra. La minaccia dei portuali è: non la faremo attraccare. A cui si aggiunge: se avviene blocchiamo la città. È appena il caso di notare che i portuali sono sostenuti dalla stessa Cgil che insorge quando si nega l’attracco alle navi delle Ong che fanno pesca a strascico dei migranti invocando il diritto del mare che consente sì di vietare l’ingresso in porto, ma solo se la nave che chiede di andare a banchina è gravata da un sospetto di violazione di legge.
Questo nella vicenda livornese è però l’aspetto di minore incidenza anche se rivela quanta ipocrisia vi sia alla radice dell’indignazione pro-Pal. Negare l’attracco a una nave israeliana con equipaggio di religione ebraica a Livorno è rinnegare la città medesima, ma soprattutto il porto nel suo atto di nascita, nella motivazione profonda dell’esistenza di questo scalo.
Livorno nel rapporto con gli ebrei non è una città come le altre. È l’unica che in tutta Europa non ha mai avuto il ghetto. Non esistono ebrei a Livorno, ci sono solo livornesi di religione ebraica. Se la lingua è, come ha sostenuto Ferdinand De Saussure, padre della linguistica strutturalista e perciò molto simpatico alla sinistra, il codice condiviso da una comunità, che fornisce i mezzi per la comprensione reciproca si sappia che a Livorno si parla il bagitto un dialetto ebraico-toscano che qualifica gli israeliti come comunità nella città.
Ma assai più dipendente dagli ebrei è l’esistenza stessa del porto di Livorno. I portuali – forse per ignoranza- e la Cgil – sicuramente per miope calcolo politico – non si sono resi conto che rifiutando l’accosto e lo sbarco al cargo israeliano non hanno “lottato per la Palestina”, ma hanno offeso Livorno. Nel 1591, rinnovandole poi nel ’93, Ferdinando I de Medici emana le cosiddette leggi livornine. Sono il primo esempio al mondo di legislazione liberale e transnazionale (ne ha fatta un’edizione critica la Liberi Libri di Nicola Porro di straordinario valore politico-storiografico) che vengono emanate proprio per favorire la colonizzazione del neonato porto di Livorno che i Medici costruiscono su quello sperone roccioso dopo che il porto pisano si è insabbiato. Già nel 1548 Cosimo I dei Medici aveva garantito agli ebrei protezione contro l’inquisizione e nel 1586 i Medici avevano invitato gli inglesi a fare porto franco a Livorno a una sola condizione: che non importassero merci turche e rispettassero i cristiani.
Si arriva alle “livornine” in cui è espressamente detto: “A tutti Voi Mercanti di qualsivoglia Nazione, Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Grechi, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani, salute… per il suo desiderio di accrescere l’animo a forestieri di venire a frequentare lor traffichi, merchantie nella sua diletta Città di Pisa e Porto e scalo di Livorno con habitarvi, sperandone habbia a resultare utile a tutta Italia, nostri sudditi e massime a poveri… si concedono patenti e salvacondotto”. A maggiore garanzia “considerando di quanto benefitio et comodità apporti alli traffichi et commercj degli Stati di S.A.S. il Porto di Livorno…” agli ebrei viene concessa totale libertà di culto.
È in virtù di questo che Livorno si costituisce come città cosmopolita. Ma pare che nessuno ne abbia memoria. Nell’ansia da prestazione antisraeliana che diventa antisemitismo si può cancellare la propria identità, la propria storia, la propria origine per annegarla nel triste e violento conformismo del sostegno al popolo palestinese che è anch’esso vittima della cancellazione della storia, della dignità umana e della ragione operata da Hamas.
Carlo Cambi, 2 ottobre 2025
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