Se persino Barbera e Di Pietro mollano Gratteri

Quando le critiche al procuratore arrivano da figure storiche della magistratura e della cultura

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barbera di pietro gratteri

C’è qualcosa di profondamente politico, e al contempo simbolico, nel fatto che due figure come Antonio Di Pietro e Augusto Barbera abbiano deciso di intervenire pubblicamente contro Nicola Gratteri. Non tanto per il merito della polemica contingente, quanto per il peso delle biografie e delle culture che rappresentano.

Di Pietro non è stato un magistrato qualunque: è stato il simbolo di Mani pulite, la stagione che ha travolto la Prima Repubblica e trasformato la magistratura in protagonista morale della vita pubblica.

Barbera, dal canto suo, non è solo un costituzionalista raffinato: è stato parlamentare del PCI e del Pds, uomo della sinistra storica, fino a diventare presidente della Corte costituzionale. Due percorsi diversi, ma entrambi interni a una tradizione che ha spesso guardato con favore a una magistratura forte, protagonista, talvolta persino “supplente” della politica.

Eppure oggi sono loro a mettere in discussione il procuratore di Napoli.

Barbera usa parole durissime: parla di dichiarazioni “indecenti”, di toni “ai limiti dell’eversione”, di un tentativo di dividere i cittadini tra categorie contrapposte – elettori e non elettori, indagati e non indagati, massoni e non massoni. Non è una critica tecnica, ma un richiamo istituzionale. Il punto non è negare i meriti di Gratteri nella lotta alla ’ndrangheta, che lo stesso Barbera riconosce; è sottolineare che chi ricopre un ruolo di vertice nella magistratura deve misurare parole e confini. Se certe frasi le pronuncia “un qualunque cittadino”, dice Barbera, sono rozze. Se le pronuncia un procuratore della Repubblica, diventano un problema istituzionale.

Ancora più sottile, ma non meno incisiva, è la riflessione di Di Pietro. L’ex pm non attacca frontalmente: analizza la strategia comunicativa. Parla di “tecnica”, di una logica che punta all’amplificazione mediatica, al “purché se ne parli”.

È una critica che pesa proprio perché arriva da chi quella stagione di centralità mediatica della magistratura l’ha vissuta in prima persona. Quando Di Pietro evoca lo “stato di grazia” che può accompagnare certe figure pubbliche, e ammette che lo stesso toccò a lui al tempo di Mani Pulite, compie un gesto raro: riconosce la tentazione dell’onnipotenza morale che può derivare dal consenso.

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Il dato politico, allora, è questo: non sono avversari ideologici o garantisti di lungo corso a mettere in discussione Gratteri. Sono due figure che, per storia e cultura, non possono essere liquidate come ostili alla magistratura o indulgenti verso il potere politico. Il loro intervento rompe uno schema consolidato, quello che vedeva la critica ai magistrati protagonisti come appannaggio esclusivo di una parte politica.

Quando un ex presidente della Corte costituzionale richiama ai limiti istituzionali e l’ex simbolo di Tangentopoli mette in guardia contro la sovraesposizione mediatica, il messaggio va oltre la polemica contingente. È un invito a riflettere sul rapporto tra giustizia e politica, tra ruolo istituzionale e consenso popolare, tra lotta alla criminalità e costruzione del proprio profilo pubblico.

In buona sostanza, non è solo Nicola Gratteri a essere sotto osservazione. È un modello di magistratura che, forte del proprio prestigio e dell’aura di intoccabilità costruita nell’ultimo trentennio, sembra sentirsi legittimata a invadere stabilmente il campo della politica.

E se a dirlo non sono i “soliti” critici, ma Antonio Di Pietro e Augusto Barbera, allora il problema non può essere ridotto a un semplice scontro tra fazioni: è una questione ben più ampia, che riguarda l’equilibrio democratico del Paese.

Salvatore di Bartolo, 15 febbraio 2026

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