Quando incontri Lino Banfi non parli solo con un attore: parli con un pezzo di storia italiana. Una storia fatta di risate, di sacrifici, di umanità vera. Nel mio podcast “Sette Vite” ho avuto il privilegio di sedermi di fronte a lui, di ascoltare la sua voce calda e inconfondibile. Quella che da decenni accompagna le nostre vite.
Lino Banfi è un uomo che ha costruito la propria esistenza “come un muratore”, come dice lui stesso, “mettendo il cemento buono”. È così che ha edificato la sua carriera, la sua famiglia, il suo amore per Lucia, la compagna di una vita intera. “Con lei ho costruito la casa più solida che ci sia – mi ha raccontato – e oggi posso dire di aver mantenuto la promessa: arrivare insieme alle nozze d’oro.”
Durante la nostra conversazione, Lino ha toccato con semplicità temi profondi: la fede, il successo, la popolarità, la vecchiaia. Non c’è mai autocompiacimento nelle sue parole, ma una consapevolezza serena: quella di chi ha vissuto tanto e bene. “Sono ai tempi supplementari – mi ha detto sorridendo – ma voglio giocarli fino in fondo. Mi restano due o tre cose da fare: un bello spot, un ultimo film come voglio io, e poi basta.”
C’è in lui una gratitudine disarmante verso il pubblico che non ha mai smesso di amarlo. “La gente mi sente uno di loro – spiega – perché non ho mai dimenticato da dove vengo. Quando arrivo in un posto vado prima da chi soffre poi dai potenti. È così che si resta umani”.
Lino mi ha raccontato la nascita di Oronzo Canà. Tutto iniziò negli anni Ottanta, quando incontrò il mister della Roma Nils Liedholm durante un volo. Da quell’incontro nacque l’idea di un film sull’allenatore di calcio, ispirato all’allenatore pugliese Oronzo Pugliese. Dopo aver discusso con Sergio Martino, scelsero nome e cognome del personaggio e decisero di girare anche scene in Brasile, dando vita alla storica figura di Oronzo Canà, marito di Mara Canà. Tutti i divertenti dettagli li troverete ascoltando l’intervista.
Ma Banfi in questo momento è sotto i riflettori soprattutto per la commovente interpretazione nel film “Oi Vita Mia” girato con Pio e Amedeo: descrive i due comici come talentuosi e rispettosi, raccontando anche un episodio divertente con due frati che imitavano le sue scene più famose. Spiega inoltre il suo ruolo nel film, un personaggio malato di Alzheimer che rappresenta il punto di incontro tra comicità e dramma, capace di unire due mondi sociali opposti e di ottenere anche un post commovente del ministro Salvini sui social.
Parlando della sua carriera, poi, Banfi non nasconde un pizzico di amarezza per i giudizi di un tempo: “Mi hanno detto che rovinavo il dialetto barese, che facevo film sporchi. Oggi molti si sono ricreduti. Ho inventato un linguaggio, un modo di far ridere e commuovere insieme. Quattro generazioni mi conoscono per questo”.
E quando gli chiedo come immagina la sua fine, lui risponde con quella leggerezza che è la sua cifra più profonda: “Ho già parlato con la morte. Non la chiamo più morte, ma ‘Mo’. Quando arriverà, voglio che la gente sorrida. Sulla mia tomba ci sarà scritto: Se ci tieni, falla la lacrimuccia, però sorridi”.
In quell’istante, mentre lo ascoltavo, ho capito che Lino Banfi non è solo un attore. È un custode di sentimenti, di un’Italia che sa ancora ridere e piangere insieme.
Un uomo che ha fatto della bontà la sua forma più alta di talento.
L’intervista integrale è disponibile nel podcast “Sette Vite” qui: https://www.youtube.com/watch?v=VdgiOnNDTrk&t=3s
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