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Sgarbi, quando l’arte s’infuria

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C’è un senso di colpa diffusa, che serpeggia nei salotti televisivi come nei tinelli dei telespettatori: la Sindrome di Sgarbi. Ogni uomo vorrebbe essere lui perché ne vedono la parte ludica e non ne possono immaginare la parte oscura. Ogni artista ha una parte oscura. Sgarbi non l’ha. Non è la lucina della telecamera ad adrenalizzarlo, ma sé stesso: che potrebbe essere uno scatto di fotofuturismo, di dinamismo vinciano coniugato ad un pacioso Rubens con i riflessi degli occhi volti tra De Pisis e un Giovannino della Quercia di San Vittore Olona.

Sgarbi è tutto: è addirittura performante come Salvini, ma senza bisogno di cambiare divisa, senza essere un playmobil. La fortuna dello Sgarbi televisivo è di essere come una mina del 15-18 ritrovata sul litorale di Ancona. Tutti aspettano che esploda ma in completa sicurezza. Tutti aspettano le sue sfuriate – che non hanno colori politici ma canali tv – che purtroppo, per colpa di chi dialoga con lui, non porta mai a niente. Sgarbi, inventore della critica d’arte velocipide. Chi può dissentire se cita 400 pittori anonimi in 10 minuti? Nessuno.

Ed è questa la genialità di Sgarbi: essere un vero conoscitore e studioso di arte ma in televisione di venderla tanto al secondo. Sgarbi è come la mina che esplode a tempo: per questo trova sempre maggiore consenso nel popolo che aspetta solo di rivederlo su Youtube e i tanti, tantissimi che sarebbero interessati al suo pensiero, alla sua critica. Non su Di Maio o qualsiasi teatrante, ma sulla Bellezza.

Sgarbi dovrebbe regalarci la conoscenza: anche in tv farci affascinare, renderci complici come solo lui sa fare, della storia dell’arte. Raccontarci i quadri che magari rappresentano l’oggi: al contempo fare da argine alle grandi mostre che riempiono i musei e poco le teste. Sgarbi dovrebbe diventare Assessore alla Cultura della televisione. Nella trasmissione di Nicola Porro Quarta Repubblica magari raccontarci come Eiser o Lorenzo Viani o Adolfo Wildt abbiano contribuito e previsto la contemporaneità. Piuttosto che in duelli rusticani vocianti Sgarbi dovrebbe rendere il suo cognome al servizio dell’arte premasticata, prevenduta, museificata. Anche in televisione. Soprattutto in televisione. Per non finire a brillare su una bomba tra bambini che si tengono per mano pronti a dimenticare il botto e a tuffarsi in mare con i braccioli…

Gian Paolo Serino, 16 febbraio 2019