Cronaca

Si chiamava Fausto, uccise moglie e figlia e si gettò. Ho ancora nelle orecchie il tonfo

In questi giorni, ascoltando la storia di Lorena, ho ripensato a quella vicenda così simile: lo seguii per tre ore, appeso al cavalcavia

fausto filippone
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Si chiamava Fausto Filippone. La sua vita è finita nel maggio 2018, volando giù da un cavalcavia. Qualche ora prima, da quello stesso viadotto, aveva lanciato nel vuoto la figlia Ludovica, di 10 anni, dopo averla imbottita di sonnifero. In precedenza, aveva buttato dal balcone la moglie Marianna. Ero in Abruzzo, in quei giorni, per seguire un’altra vicenda, quando mi chiamò Giulio, storico operatore Mediaset della zona: “oh corri che a Francavilla c’è uno appeso ad un cavalcavia che vuole buttarsi di sotto e ha già ammazzato la moglie!”. Della figlia, ancora, non si sapeva nulla.

Quando sono arrivato, Filippone era ancora lì, appeso, con poliziotti e due psicologi arrivati sul posto che cercavano di convincerlo a non gettarsi. Guardava in basso, dove c’era il corpo della figlia. Lì abbiamo saputo tutta la storia: Filippone quella mattina aveva attirato sul balcone la moglie e poi l’aveva lanciata nel vuoto. Poi avevo preso la figlia, era andato in autostrada, l’aveva stordita con gli psicofarmaci e poi aveva gettato giù anche lei. Infine si era appeso, per farla finita. Perchè lo aveva fatto? Qui non siamo nell’ambito classico dei femminicidi: non c’entra nulla il controllo, il dominio, la sopraffazione.

Filippone, stimato e irreprensibile manager, con un felice matrimonio e una figlia meravigliosa, era “semplicemente” impazzito, un crollo psicotico dovuto alla perdita della madre, qualche tempo prima, un lutto non elaborato. Nei suoi appunti vennero trovati deliranti discorsi sul dover proteggere moglie e figlia dal dolore, cosa che si poteva ottenere solo ponendo fine alle loro vite. Stavo là sotto con Giulio, lo guardavamo dal basso. Filippone era con le spalle rivolte al vuoto, aggrappato. Di tanto in tanto faceva una cosa: allungava una gamba, quella sinistra, nel vuoto, poi la rimetteva sul bordo del viadotto. L’avrà fatto decine di volte. Nella mia testa, quel gesto significava indecisione.

Dopo almeno tre ore, si lasciò andare nel vuoto, davanti ai miei occhi. Ho ancora nelle orecchie il tonfo. Due giorni dopo, quel movimento che faceva con la gamba, me lo ha spiegato uno dei due psicologi che aveva provato a parlare con lui. Non era indecisione: Filippone con quel movimento stava misurando nella sua testa la distanza fra il bordo del viadotto e il suolo. Perchè sapeva che si sarebbe fatto molto male e aveva paura. Ma sapeva di non poter tornare indietro. Ho immaginato l’inferno che potesse avere nella testa quell’uomo, impazzito per la perdita della madre e in preda ad un delirio di annientamento. Pronto infine a uccidersi, avendo il terrore di farlo, ma sentendo di non avere altra scelta. Ricordo di aver provato un profondo dispiacere per lui, per Marianna, per Ludovica. E in questi giorni, ascoltando la storia di Lorena, ho pensato a quanto possano essere apparentemente simili, ma così profondamente diverse le storie di uomini appesi al bordo di un cavalcavia.

Guglielmo Mastroianni, 10 settembre 2026

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