
A Pocking, in Baviera, il 31 dicembre si spegneranno per sempre i forni della RW Silicium, storica azienda attiva dal 1942 e ultima produttrice tedesca di silicio. La decisione, che verrà comunicata presto ai 110 lavoratori, rappresenta ben più della fine di un sito industriale: è il sintomo di una fragilità sistemica che da anni attraversa l’industria europea.
La chiusura, rivelata dal Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), arriva dopo un lungo periodo in cui l’azienda ha visto erodersi ogni margine di competitività. Da un lato, l’impennata del costo dell’energia — triplicato in seguito alla guerra in Ucraina — ha fatto saltare i conti di un settore energivoro per definizione (chi lo spiega a Mario Draghi, il quale ci faceva la predica sul ‘volete la pace o il condizionatore’?). Dall’altro, l’arrivo sul mercato europeo di silicio cinese a prezzi nettamente inferiori ha reso impossibile reggere la concorrenza. Una dinamica che non sorprende chi da tempo denuncia come l’Europa continui a giocare una partita globale con regole che solo lei rispetta.
Perché il silicio prodotto a Pocking costava così tanto di più rispetto a quello cinese? La risposta, come spesso accade, sta in un combinato di fattori: tutela ambientale, standard di sicurezza, normative sociali. Tutti elementi che, presi singolarmente, raccontano l’ambizione — spesso legittima — dell’Unione di mantenere un modello industriale “pulito” e responsabile. Ma che, se sommati, generano costi tali da mettere le aziende europee a una distanza siderale dai concorrenti asiatici, i quali operano con vincoli incomparabilmente più leggeri.
Il risultato è quasi grottesco: mentre Bruxelles discute di autonomia strategica sulle materie prime, l’Europa perde una delle ultime fabbriche nazionali di un materiale fondamentale per elettronica, pannelli solari, industria automobilistica. E finirà per importarlo dalla Cina, proprio quel Paese i cui standard ambientali e sociali vengono additati come incompatibili con i valori europei.
In altre parole, il continente si ritrova con una doppia sconfitta: perde capacità produttiva interna e, al tempo stesso, alimenta filiere globali che non rispettano le regole che impone ai propri imprenditori. E che inquinano, magari più di quanto non farebbero in Europa aziende lasciate libere dai lacci burocratici verdi. La storia di RW Silicium, allora, non è solo la parabola di un’azienda che non ce l’ha fatta. È lo specchio di un’Europa che continua a pretendere virtù dalle proprie industrie senza chiedersi se, così facendo, non stia costruendo le condizioni della propria irrilevanza economica.
Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).