Cultura, tv e spettacoli

Siamo morti: è nato il Museo del Patriarcato

E quello che vi aspetta dentro è molto peggio del titolo

museo patriarcato
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Il woke, che praticamente è la malattia mentale dei nostri tempi, sarà pur vero che è morente ma continua imperterrito a regalare le sue perle di delirio perché, come spiega Federico Rampini, è cresciuto su strutture di potere dure a smantellarsi – un Tycoon non fa primavera – che poi sarebbe a dire, chiosiamo umilmente noi, che il woke rappresenta quella ineffabile mistura di ideologia e affari, i quali non vanno mai disgiunti. In quella provincia dell’impero che è l’Italia, poi, i suoi bagliori di stella (dicono, speriamo) morta arrivano folgoranti per la ragione e il sentimento, anzi il sentiment: ecco dunque un MuPa, indisponente già nel titolo perché ispirato a quella particolare mistura di petulanza adolescenziale, ridicolaggine inconsapevole, velleità sbarazzina, patetismo aggressivo.

Mupa! Mupa! Che starebbe per Museo del Patriarcato, in programma a Roma provvidenzialmente per una settimana, che basta e avanza: la “esperienza”, perché ormai non sono più rassegne, pinacoteche, musei ma esperienze, tipo: l’estasi erotica, andare in guerra e tornarci, guarire da un male, vincere gli ATP Finals di Tennis, è squadernata dall’artefice con queste illuminanti ma soprattutto disinvolte formule: “Un’esperienza per riflettere su come le radici del patriarcato hanno influenzato il nostro presente, e per pensare insieme come vogliamo modellare il nostro futuro”. Tradotto: ti diciamo noi che colpe hai e come devi vivere d’ora in poi”.

L’artefice, madrina, paladina è una charmant Violante Placido, definitivamente cresciuta ed ennesima figlia di un cognome, una di quelle che dicono: il mio cognome mi ha penalizzato, se non portavo addosso quel cognome sai quant’era più facile la vita, sai come ce la facevo prima. E, per non sbagliare, esordiscono fin dalla più tenera età come bambine prodigio garantite, attrici, performer, registe, cantanti di Sanremo, insomma tutto quello che si mettono in testa di fare, la vita essendo un giardino di frutti non proibiti da cogliere senza scrupolo. A loro volte i titolari del cognome dicono: non perché è mia figlia eh, ma è brava davvero e che dovevo fare? Privare il mondo di un simile talento?

Ancora una glossa: stanno dicendo noi Placido, Tognazzi, Gassman, Landini siamo una dinastia di eletti da Dio, non è colpa nostra, ci abbiamo i geni della genialità e della versatilità. Sì, si vede. Da Luigi Mascheroni apprendo alcune esperienze terrificanti benché imperdibili sul Mupa, Mupa, Mupa, gne gne gne: tra le esperienze dell’esperienza, cioè del “percorso tra opere, testimonianze e oggetti che rivelano come abitudini e stereotipi abbiano sostenuto la violenza maschile sulle donne, un viaggio nel tempo, tra consapevolezza e responsabilità collettiva”, troviamo un corso di ricamo erotico selvaggio, temerariamente stimolante, dal retrogusto vagamente sadomaso, da fantasie estreme, tipo che mentre il maschio va di uncinetto la femmina lo scucisce con chissà quali ferri; nonché un talk sulla società dominata sullo sguardo maschile e qui chi scrive confessa subito la sua vergogna: infatti Violante nel clippino dove punta ammiccante il ditino per dire dovete partecipare tutti!, come il Duca Conte Catellani alla gara di biliardo a casa sua, offre una contenuta ma proprio per questo vieppiù maliziosa scollatura sulle pregevoli doti, al punto che lo sguardo maschile non può non rotolarci dentro: mea culpa, mea maxima culpa: posso almeno emendare nei 5 giorni di workshop e laboratori antipatriarcato, sorta di rieducazione sinistra, tipo clinica del prof Birkemaier, in modo da uscirne definitivamente smaschializzato e catafratto ad ogni sondaggio di poppe?

Giuro, non vedo l’ora di immergermi del MuPa che “ci trasporterà nell’Italia patriarcale del XX e XXI secolo (sarà quella dell’Islam dilagante?) per osservare da vicino un sistema di potere fondato sulla discriminazione e sull’oppressione delle soggettività marginalizzate per la propria identità di genere”. Così, tutto d’un fiato. Parola di Violante Placido figlia di Michele, una soggettiva fortemente marginalizzata e penalizzata dal cognome nell’Italia patriarcata. Non è dato sapere, al momento, il parterre, ma quello che non si sa si può facilmente immaginare: solita compagnia di giro, amichette & amichetti di Violante, “reggisti”, scrittori, coscienze, flotille, cecchettini, piddini di complemento, figlie di cognome con trauma incorporato da occhio della madre e soprattutto da sguardo maschile nell’età dell’innocenza, eccetera, eccetera, eccetera.

Alla fine dei 5 giorni di “lavori”, una consapevolezza, sempre quella è sempre bella, anzi un mazzo di consapevolezze: in questo Paese tribale di maschi bianchi tossici la democrazia è a rischio, è tornato il nazi trattino fascismo, Meloni riferisca in Parlamento, dal fiume al mare, il pianeta va in fiamme e a papa Prevost piacciono da matti Laura Pausini, Roberto Benigni e il cinema dei figli di papà e di mammà a pubblica sovvenzione. Altro che la teologia rigorosa di un Ratzinger, siamo all’epoca dei papi pop, intesi non come Silvio ma come Francesco, Leone e Dio ci scampi. Escluso che il Mupa venga okkupato e quindi devastato dagli attivisti climatici, qui mica ci sta ciarpame di Van Gogh da imbrattare, qui si fanno esperienze, workshop. Ci disintossica dell’essere maschi. E va beh, il woke è morto, viva il woke. Mortacci loro.

Max Del Papa, 16 novembre 2025

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