Cronaca

Sicurezza e civiltà giuridica, un binomio possibile?

Il difficile equilibrio tra tutela dei diritti fondamentali, garanzie giuridiche e necessità di strumenti efficaci per garantire la sicurezza dei cittadini

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Il tema della sicurezza viene spesso affrontato come se dipendesse soltanto dall’efficienza delle forze dell’ordine. In realtà c’è un elemento più delicato: il sistema di garanzie che abbiamo costruito in Italia e in Europa.

L’Italia è erede di una tradizione giuridica antichissima. Da Roma in poi, il diritto è stato uno dei nostri grandi prodotti culturali esportati in tutto il mondo. L’Europa moderna, poi, soprattutto dalla nascita dello Stato moderno in avanti, ha progressivamente sancito principi, limiti al potere pubblico, diritti individuali, garanzie processuali, tutela della libertà personale, tutela della riservatezza, protezione della persona contro gli abusi dello Stato.

È un patrimonio enorme, ma anche un costo: ogni nuovo diritto riconosciuto al cittadino, o meglio al delinquente, comporta, quasi sempre, una corrispondente riduzione dei poteri dello Stato e, quando si parla di sicurezza, questo diventa un problema concreto.

La tecnologia oggi consentirebbe controlli molto più efficaci. Il riconoscimento facciale, ad esempio, potrebbe essere uno strumento utilissimo per rintracciare latitanti, ricercati, soggetti destinatari di misure cautelari o persone pericolose già note alle autorità. Non si tratterebbe di usare la tecnologia contro il cittadino qualunque, ma di trovare chi deve essere arrestato, chi si sottrae alla giustizia, chi rappresenta un pericolo reale.

Eppure, appena si propongono questi strumenti, la discussione si blocca davanti ad altri principi: privacy, riservatezza, protezione dei dati personali, rischio di controllo generalizzato. Sono obiezioni serie, per carità. Il problema è capire quale sia la priorità. Davvero la tutela astratta della riservatezza deve impedire allo Stato di usare strumenti tecnologici per catturare un latitante? Davvero una videocamera intelligente, usata con regole chiare e controlli precisi, è più pericolosa del criminale che quella videocamera potrebbe aiutare a trovare?

Quindi, la sicurezza non è bloccata dalla mancanza di mezzi o di personale, ma spesso da una cultura giuridica che tende a considerare ogni rafforzamento dei poteri pubblici come una potenziale minaccia di diritti fondamentali. Il risultato è paradossale perché il diritto nasce per proteggere la società, ma, se diventa eccessivamente rigido, ne ostacola la protezione.

Nella storia italiana, i fenomeni criminali più gravi non sono stati affrontati con gli strumenti ordinari. Contro il terrorismo, contro la mafia stragista, contro emergenze particolarmente gravi, lo Stato ha introdotto norme speciali, regimi più severi, strumenti investigativi più incisivi, discipline derogatorie rispetto al quadro ordinario.

Oggi non siamo negli anni di piombo né nella stagione delle stragi mafiose. Se, però, ogni intervento più incisivo viene subito presentato come autoritario o liberticida, allora la sicurezza, quella vera, resta un miraggio.

Molte soluzioni esistono già: più tecnologia, banche dati meglio collegate, riconoscimento facciale per finalità mirate, maggiore possibilità di controllo del territorio, procedure più rapide, minori vincoli operativi per chi deve intervenire, maggiore tutela giuridica per le forze dell’ordine.

Il problema è conciliare queste soluzioni con il livello di garanzie che l’ordinamento (soprattutto europeo) considera ormai intoccabile. Da questo punto di vista, il confronto con gli Stati Uniti è utile. Non perché il modello americano sia necessariamente migliore. Ha problemi enormi, anche sul piano della violenza, del rapporto tra polizia e cittadini, del sistema carcerario. Però ha una cultura diversa: tende ad accettare con meno difficoltà strumenti repressivi e investigativi che in Europa sarebbero visti subito con sospetto.
La domanda da porsi è quindi: fino a che punto possiamo continuare ad aggiungere garanzie senza ridurre troppo la capacità dello Stato di difendere i cittadini?

La sicurezza non è un diritto minore. Non è un tema secondario rispetto alla privacy, alla libertà personale o alle garanzie processuali, anzi. È la precondizione che consente a tutti gli altri diritti di esistere. Un cittadino aggredito per strada, rapinato in casa o lasciato solo davanti alla violenza non si sente più libero solo perché vive in un ordinamento pieno di garanzie astratte. La questione è ristabilire una gerarchia ragionevole. Alcuni diritti devono poter arretrare, in modo limitato e controllato, quando è necessario tutelare la sicurezza collettiva.

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Servono norme chiare che dicano quando uno strumento può essere usato, da chi, per quali finalità, con quali controlli e con quali responsabilità in caso di abuso. Ma servono anche norme che abbiano il coraggio di ammettere che lo Stato non può combattere il crimine con le mani legate.

Oggi, il crimine sfrutta la tecnologia, conosce i limiti dell’ordinamento, approfitta delle garanzie di civiltà. Lo Stato, invece, procede con cautele infinite, timori amministrativi, vincoli interpretativi, rischi giudiziari per chi interviene, sospetti ideologici verso ogni strumento efficace. Questa sproporzione va corretta.

La civiltà giuridica europea resta un valore, ma non può diventare un ostacolo alla sicurezza dei cittadini. Il diritto deve servire l’uomo, non paralizzarlo. Se alcuni principi, nati per proteggere la libertà, finiscono per impedire allo Stato di proteggere le persone, allora quei principi vanno ridiscussi.

Non invoco meno civiltà, ma una civiltà più realistica, che non abbia paura della forza pubblica quando è regolata dalla legge. Una civiltà che sappia distinguere tra abuso del potere e uso legittimo del potere. Una civiltà che capisca che, senza sicurezza, tutti i diritti diventano formule scritte sulla carta.

Giorgio Carta, 29 maggio 2026

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