Smettetela di usare “la banalità del male” per ogni omicidio

Non era il crimine ad essere futile, ma il criminale e questo fa ancora più paura

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Smettetela di usare la "banalita'del male"per ogni omicidio

Sento spesso usare a sproposito la frase “la banalità del male”, associata a crimini violenti che spesso si consumano per motivi futili. Sarebbe giusto spiegare che quando Hannah Arendt coniò la locuzione, che poi diede il titolo ad un suo saggio, non lo fece riferendosi all’atto violento in sé: non era banale il motivo, ma era banale l’autore.

Arendt si occupa della genesi del male, non tanto della sua manifestazione. Non a caso la saggista descrisse questo concetto assistendo al processo di Adolf Eichmann, criminale nazista e ideatore della “soluzione finale” per lo sterminio degli ebrei, fuggito sotto falso nome in Argentina, rintracciato e catturato dal Mossad e infine processato e condannato a morte in Israele.

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Guardandolo alla sbarra, Arendt ne notò appunto l’ordinarietà, l’aspetto da ragioniere, il fare da burocrate: Eichmann non rappresentava il male di un criminale spietato, quanto piuttosto quello di uno scialbo e grigio impiegato, in completo scuro e cravatta. Un uomo banale, per l’appunto, che aveva tuttavia progettato e messo in atto lo sterminio di un popolo.

Guglielmo Mastroianni, 21 aprile 2026

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