Cultura, tv e spettacoli

Sono entrata nel Museo del Patriarcato e sono risort*

Il racconto dal vivo della più inutile delle esposizioni. E non poteva mancare lo zerbino (da 60 euro)

museo del patriarcato
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Giovedì, alle undici in punto, è suonata l’ora funesta: sono entrata nel Museo del patriarcato di Roma. Mi avvicino alla scena del crimine, sento una voce maschile. Ingenuamente, penso che qualcuno provi i microfoni. Affino l’udito: “Psssss. Hey tu”. Si tratta del primo “cimelio, reperto, testimonianza del XX e XIX secolo che mostra la violenza maschile sulle donne.” Una cassa simbolo del catcalling, però versione bon ton, non sia mai che qualche anima sensibile venga traumatizzata. Personalmente, gatta non mi sono personificata mai, e quindi girata meno che mai.

Entrando, cammino sull’enorme zerbino con scritto “Patriacato” in rosso, e inizio a guardarmi intorno. Riporto i “cimeli, reperti e testimonianze” che mi marcano di più: un manichino donna che fa le pulizie, con accanto un manichino bambino che sembra accennare al saluto nazista, mentre il manichino consorte-padre beve birre seduto sulla poltrona. Pensavo di essere entrata nel “museo del futuro”, ma mi sembra di essere atterrata agli anni 40’. Non doveva essere un museo contro gli stereotipi? Perché l’uomo è sempre rappresentato così? Perché la donna è rappresentata così? Ho 29 anni e non mi è mai capitato di vivere una scena simile, perché prima di me ci sono state donne che hanno lottato per faccende serie. E perché, semplicemente, poserei il cencio e me ne andrei. Vedo poi tre mensole di legno con dei segni di pugni. In famiglia, sono sempre stata io a prendere a botte le cose. In seguito, osservo una decina di fogli che dovrebbero mostrare il divario di stipendio tra i generi. C’è poi il classico contrasto tra i giocattoli per “bambino” e “bambina”, e dei trafiletti di giornali sui quali “non è riportato il nome della donna in soggetto” – forse per dare importanza alla parola “donna” così tanto cara al vento radicale chic.

Inizia la presentazione. ActionAid, portatore del progetto, sottolinea più volte il coraggio che ci vuole. Allora perché non aver organizzato una conferenza stampa con televisioni amiche e non? Viene poi accennato a uno studio “importante”. Drizzo le orecchie. Mi viene detto che: “Un uomo su tre giustifica la violenza economica, uno su quattro gli abusi, e due su dieci la violenza fisica”. Mi chiedo, come dovrebbero fare tutti i giornalisti, da dove vengono questi dati? Scarico la ricerca e non rimango delusa: il classico pressappochismo. Il 52% delle donne ha avuto paura sui mezzi (vs 35% degli uomini – che non è poco). Ma qual era la domanda? Anche io ho paura, perché dieci anni fa c’ero per gli attentati del Bataclan. Il 70% delle giovani donne dice non sentirsi rappresentata. Ormai tutti vogliono riconoscersi in qualcosa. Ma non credo sia questa una tragedia, quando in Africa la violenza sessuale è uno strumento di guerra. Se però una donna durante una marcia femminista tenta di ricordare le vittime violentate del 7 ottobre, viene allontanata. Le vite non sono tutte importanti?

ActionAid chiede al governo di “Usare il 40% delle risorse annuali del Piano antiviolenza per la prevenzione primaria, insieme all’adozione di un piano strategico ad hoc”. Come sempre, non c’è niente di chiaro. E penso al libro “The War Against Boys”, di Christina Hoff Sommers. Penso ai bambini americani a cui è vietato giocare agli sport di contatto “perché spingono alla violenza”. I benpensanti possono dire quello che vogliono, ma sembra piacere a tutti imitare la matrigna America. Viene anche ricordato l’uomo, per circa una quarantina di secondi. Infatti è rappresentato anche lui: con un disegno di due ragazzi che bullizzano un bambino dai pantaloni rosa (che fantasia), e da un telefono che mostra una conversazione su chat gpt di un ragazzo che soffre ma non ne può parlare con i suoi amici – perché sennò verrebbe deriso. D’altronde, ora sono le donne a dire alle donne dagli uomini perché stanno male e come possono guarire.

Mi metto poi ad ascoltare le interviste fatte da colleghi, e rimango basita. Uno di loro si avvicina alla rappresentante di ActionAid: “Sai, noi siamo i cattivi, sono quindi obbligato a farti domande un po’ così, però non è che mi rappresentino”. Ma da quando il giornalismo si deve scusare per fare il suo sporco, scomodo e ingrato lavoro? Da quando dobbiamo camminare sulla punta dei piedi per porre le uniche due domande possibili: “Cos’è questo circo e quanto è costato?”.

Ma la ciliegina sulla torta si trova vicino all’uscita. Ci sono degli oggetti in esposizione per chiamare al dono. Uno zerbino “Calpesta il patriarcato” di euro 60,00. Una borsa di tela: “Not all men, gne gne gne” (alla faccia dell’inclusività) di euro 16,00, declinabile anche in versione sciarpa che ho visto solo in Curva Sud; e un poster con alfabeto odierno inclusiv*. D’altronde non si può ideare, dirigere, organizzare e rappresentare le vittimizzazioni della nostra epoca gratuitamente. Sono ormai decenni che il buon Occidente ha capito che le disgrazie, o finte disgrazie, pagano più della droga e della prostituzione, allora perché privarsene? Costa così poco, e fa sembrare così belli, puliti e profumati. Scatto due foto e riprendo la metro. A bordo c’è una donna, palesemente ubriaca, che corre addosso a tutti. Vedo donne e uomini impauriti. Non ci può essere luce senza ombra, e questa è fisica elementare.

Ilaria Congiu, 22 novembre 2025

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