
La Francia si risveglia con un’altra crepa nel suo già fragile equilibrio politico. E questa volta la crepa parte dalla strada e arriva dritta dentro il Palazzo. Partiamo dai fatti. Una coppia è stata fermata questa mattina nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Quentin Deranque. Con questi ultimi due fermi, il conto sale a undici persone. A dirlo è stato il procuratore di Lione, Thierry Dran. L’uomo è sospettato di essere direttamente coinvolto nelle violenze. La donna, invece, avrebbe contribuito a coprirlo, aiutandolo a sottrarsi alla giustizia. L’inchiesta procede per “omicidio doloso”, ha precisato il procuratore, confermando quanto anticipato da BFMTV. Una formula giuridica secca, che pesa come un macigno.
E attenzione, perchè il peggio deve ancora venire. La rivista Frontières ha pubblicato un video che mostra due uomini che strappano manifesti in omaggio a Quentin Deranque. I manifesti recavano due scritte in bianco e nero: “L’estrema sinistra uccide!” e “Giustizia per Quentin”. Erano stati affissi in una strada di Parigi dal Rassemblement national de la jeunesse (RNJ), un movimento che riunisce i giovani membri dell’RN.
“Sfruttare la morte di uno studente per fini politici, lo trovo disgustoso”, esclama uno dei due uomini, descritti da Frontières come attivisti di estrema sinistra. Allo stesso tempo, il suo compagno si vanta: “Sono per la morte di Quentin!” In risposta alla diffusione di questo video, Alice Cordier, direttrice del gruppo di estrema destra Nemesis, ha dichiarato su X che “dobbiamo accettare il fatto che le persone di estrema sinistra non abbiano scrupoli riguardo a questo omicidio”. Jean-Philippe Tanguy, deputato del Rassemblement National per la regione della Somme, ha annunciato la sua intenzione di “presentare immediatamente una denuncia al pubblico ministero contro lo scellerato che ha dichiarato ‘Sostengo la morte di Quentin'”.
E la cronaca, in Francia, non resta mai solo cronaca. Diventa subito politica. E la politica, come spesso accade, si divide e si accusa. La portavoce del governo, Maud Bregeon, ha chiesto a La France Insoumise di “escludere” il deputato Raphaël Arnault dal gruppo parlamentare all’Assemblée Nationale, dopo il fermo del suo assistente, coinvolto nell’inchiesta sulla morte del giovane di estrema destra. “La France Insoumise – ha detto Bregeon su France Info – deve fare pulizia al suo interno e lancio un appello alla capogruppo Mathilde Panot ad escludere Raphaël Arnault dal suo gruppo, o quanto meno escluderlo temporaneamente per sottolineare questa chiarificazione, per dire no alla violenza”. Parole che non sono solo un attacco politico, ma una chiamata alla responsabilità. Non a caso Bregeon ha rincarato: i francesi “hanno tutti una responsabilità quando votano per gli Insoumis”. Tradotto: non è solo un problema giudiziario, è un problema di linea politica.
Sulla stessa lunghezza d’onda la presidente dell’Assemblée Nationale, Yaël Braun-Pivet, che ha invitato “tutti i partiti politici affinché si pongano la questione: questo o quel deputato eletto è in grado di rappresentarmi, di rappresentare la nazione e portare il nome del mio partito?”. E non è mancata una stoccata a Jean-Luc Mélenchon, colpevole – secondo lei – di non aver pronunciato parole di pacificazione. Il punto è tutto qui: la violenza politica, in Francia, non è più un’ombra lontana. È un elemento strutturale del confronto pubblico. E dentro questa tensione si consuma anche la resa dei conti nella sinistra.
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François Hollande ha scelto di rompere definitivamente con La France Insoumise. Niente alleanze per le municipali, niente alleanze per le presidenziali del 2027. La relazione è “totalmente rotta”, soprattutto per i legami tra LFI e la Jeune Garde, classificata come estrema sinistra dal ministero dell’Interno. Intervistato da BFMTV, Hollande è stato netto: “non ci può essere, per le prossime elezioni, alcuna alleanza fra i socialisti e la France Insoumise. Bisogna fare il possibile affinché la sinistra riformista sia all’appuntamento del secondo turno delle presidenziali e Jean-Luc Mélenchon non dovrà esserci”. E ancora: “Lfi èvenuta meno ai suo impegni. Io – ha aggiunto – ritengo che il rapporto con Lfi sia chiuso, è finito”.
Altro che campo largo. Qui siamo al campo minato. La morte di un giovane militante nazionalista diventa così il detonatore di una crisi politica più ampia: da un lato la richiesta di “fare pulizia”, dall’altro la rottura tra socialisti e mélenchonisti. In mezzo, un Paese che fatica a ritrovare un linguaggio comune e che sembra incapace di separare definitivamente la battaglia politica dalla tentazione dello scontro fisico. E la domanda, inevitabile, è questa: chi ha davvero il controllo della propria area politica? Perché quando le parole incendiano, prima o poi qualcuno passa ai fatti. E ci scappa la tragedia.
Franco Lodige, 18 febbraio 2026
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