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Spiegate a lei il permesso premio al killer

Emanuele De Maria accoltella un collega, uccide Chamila e si butta dal Duomo. Era già stato condannato per un omicidio

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Emanuele De Maria

Nessuno mette in dubbio l’articolo 27 della Costituzione secondo cui le pene detentive “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Principio sacrosanto. Il quale però andrebbe applicato tenendo conto anche di due aspetti spesso trascurati: il primo, il diritto della vittima (o dei suoi parenti) di vedere il criminale scontare una pena realmente commisurata al reato commesso; il secondo, il dovere dello Stato di garantire la sicurezza della società di fronte a chi ha già violato una volta le norme del vivere civile. Soprattutto quando si parla di omicidi, stupri, violenze abiette.

Tenete a mente questo preambolo e pensate al caso di Emanuele De Maria, il killer di Milano, lavoratore in un hotel che prima avrebbe ammazzato la collega Chamila Wijesuriya con due coltellate al collo, poi ferito Hani Fouad Abdelghaffar Nasra e infine si è buttato dai balconi del Duomo in mezzo alla folla. Una storia di follia disumana, senza dubbio. Il Male non è estirpabile dal Mondo dunque può succedere (e accade) a tutte le latitudini dell’universo. Ciò che però appare incomprensibile è che De Maria non fosse un signor nessuno che in un momento di gelosia, forse irritato dal fatto che Chamila volesse interrompere la loro relazione, ha perso la testa e l’ha uccisa. De Maria era già stato condannato per un fatto simile. Era un killer: a Castel Volturno aveva ucciso a coltellate una 23enne di origine tunisina, Rached Oumaima.

È il 2016. Dopo l’omicidio De Maria scappa in Germania e lo catturano, solo due anni dopo, in bassa Sassonia al confine con l’Olanda. La procura chiede 30 anni di carcere, il minimo per un delitto così grave: Rached, tenete a mente, adesso è morta e sepolta senza possibilità di redenzione. Senza seconde opportunità. Ma il giudice di Santa Maria Capua Vetere lo condanna solo a 14 anni e tre mesi di detenzione. Le toghe hanno accolto le tesi difensive che, oltre agli sconti del rito abbreviato, gli hanno garantito anche l’esclusione di tutte le aggravanti: nessuna premeditazione, nessun motivo abietto, nessuna crudeltà. Un delitto d’impeto.

Il risultato? A novembre del 2023, a sette anni dall’omicidio e dopo solo cinque di detenzione, mentre Rached giace sottoterra, De Maria è già libero di lavorare in un hotel a quattro stelle, intrattenere relazioni, anche sentimentali, rilasciare interviste sul suo percorso di riabilitazione, di prendere la metro a Rho, scendere a Cadorna, cambiare treno e tornare in cella solo per dormire a fine giornata di lavoro. Una vita normale, se si esclude il rientro il carcere, mentre Rached resta sempre lì sepolta sotto un cumulo di terra.

E qui torniamo al preambolo. Nessuno mette in dubio che De Maria, nei suoi anni passati dietro le sbarre in Germania, a Rebibbia, Napoli o Bollate, non dovesse godere di un trattamento umano. Ma possono bastare sette o otto anni di carcere per espiare un crimine orribile come un omicidio? Può bastare meno di un decennio per trasformarsi da killer a “detenuto modello”? Può bastare per assicurare alla società la garanzia che chi è stato assassino una volta non lo diventi di nuovo?

L’Italia giuridica vive un paradosso indecente. Sbattiamo in carcere presunti innocenti in attesa di giudizio, soprattuto per reati da colletto bianco, e prima che possano essere dichiarati colpevoli ne distruggiamo l’immagine mediaticamente. Poi però se un ladro, un assassino o uno stupratore viene condannato in via definitiva passa da carnefice a vittima delle carceri e subito scatta la corsa a “reinserirlo”, senza pensare che – forse – le famiglie delle vittime prima di vedere il killer in metro potrebbero volerlo vedere passare qualche anno dietro lo sbarre. Che senso ha costringere al carcere con la scusa della “reiterazione del reato” la guardia giurata che ha ucciso il malvivente a Roma, prima ancora che possa essere appurata la sua eventuale responsabilità, se un assassino accertato come De Maria a pochi anni dal primo delitto già circola come se nulla fosse stato? Nessuno, in questo caso, si è chiesto se vi fosse il rischio che ci ricascasse di nuovo?

Fate un confronto, immaginate che a Filippo Turetta vengano concessi gli stessi privilegi di De Maria: tra tre anni l’omicida di Giulia Cecchettin potrebbe essere libero di andare in hotel a lavorare come se nulla fosse. Vi sembrerebbe giusto? Magari sì. Magari De Maria soddisfaceva tutti i parametri per il permesso premio e la semilibertà. Ma adesso chi lo spiega alla nuova vittima, a Chamila Wijesuriya e alla sua famiglia?

Giuseppe De Lorenzo, 12 maggio 2025

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