Esteri

“Stanno bruciando documenti”. Magyar interrotto, cosa c’era in quel foglietto

Il neo premier ungherese alla prima conferenza stampa dopo la vittoria elettorale. Il messaggio a Usa e Ue: "La nostra storia non si scrive a Bruxelles o a Washington"

Colpo di scena a Budapest nel giorno dopo le elezioni. Il vincitore Peter Magyar, appena insediato alla guida del governo dopo aver battuto Viktor Orbán, ha fermato improvvisamente un incontro con la stampa per leggere un messaggio ricevuto pochi istanti prima.

Il contenuto, ha spiegato, sarebbe particolarmente grave: nel biglietto si parla di una presunta distruzione di atti legati alle sanzioni contro la Russia. A essere chiamato in causa è l’ex ex ministro degli Esteri, Péter Szijjártó. Magyar non ha usato mezzi termini: «Questo non li aiuterà, ma serve a darvi un’idea della situazione in Ungheria: sembra di essere tornati ai tempi del comunismo». Da qui la linea del nuovo esecutivo: recuperare tutto ciò che è rimasto. «Dovremo mettere le mani su tutti i documenti che non sono stati distrutti», ha detto, promettendo un’operazione di trasparenza. L’intenzione è rendere pubblici i materiali disponibili, laddove consentito, per chiarire cosa sia accaduto negli ultimi mesi di governo.

Durante la sua prima conferenza stampa da premier, Peter Magyar ha rivendicato con forza la direzione che intende imprimere al Paese. La vittoria elettorale contro Viktor Orbán non è solo un cambio di governo, ma – nelle sue parole – una svolta più profonda, quasi un passaggio di sistema. Il leader di Tisza ha tracciato subito una linea netta sul piano internazionale: «Ci asterremo dall’interferire negli affari interni di qualsiasi altro Paese, e chiediamo loro di fare lo stesso nei confronti dell’Ungheria». Una dichiarazione che si accompagna a un messaggio identitario: «La nostra storia non si scrive a Bruxelles o a Washington, ma nelle strade e nelle piazze ungheresi».

Nel mirino di Magyar è finito direttamente il suo predecessore. L’ex premier viene accusato di aver condotto una campagna elettorale scollegata dai problemi reali del Paese: «Viktor Orbán ha giocato una partita di scacchi a cinque dimensioni, e questo è stato probabilmente uno dei motivi della sua sconfitta». Poi l’affondo: «Ha parlato di tutto tranne che dei problemi che affliggono il popolo ungherese».

Il nuovo capo dell’esecutivo insiste su un concetto chiave: la pace. «In Ungheria nessuno vuole la guerra. L’Ungheria è sinonimo di pace. Il governo Tisza sarà il governo della pace». Ma il tono si è fatto durissimo quando è tornato ad attaccare il sistema costruito negli ultimi anni: Orbán, ha accusato il neo premier, avrebbe diffuso «bugie mattina, giorno e notte» e alimentato una «propaganda in stile Goebbels e nordcoreano». Parole accompagnate da una denuncia più ampia: «L’intero apparato statale era gestito da un partito di stato, non diversamente da quanto accadeva negli anni ’80″».

Nonostante la retorica sovranista sul fronte interno, Magyar prova a rassicurare i partner europei. L’Ungheria, promette, adotterà «una politica costruttiva» e «cercheremo compromessi» anche sui dossier più complessi. «Sono sicuro che ci saranno dibattiti – ha spiegato – ma non andremo a Bruxelles a combattere per il gusto di farlo», prendendo le distanze dall’approccio conflittuale del passato. Allo stesso modo, non chiuderò la porta in faccia alla Cina e alla Russia: «Il Cremlino ha espresso la propria posizione, e lo stesso ha fatto Pechino – ha detto in conferenza stampa – Li ringrazio per essersi dimostrati disponibili a una cooperazione pragmatica». Non solo. Magyar spegne anche gli entusiasmi dei più europeisti: «Non supportiamo», ha detto, l’ipotesi di «una corsia preferenziale per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Tutti i Paesi candidati devono affrontare la stessa procedura e ricevere lo stesso trattamento, tutti i capitoli negoziali devono essere discussi».

Sul piano interno, l’urgenza è massima. «Si sta facendo la storia, in tempo reale» e «non c’è tempo da perdere», ha dichiarato, chiedendo al presidente Tamás Sulyok di accelerare i tempi per la formazione del nuovo Parlamento e del governo. L’obiettivo è chiaro: una transizione «rapida e breve» e l’avvio immediato dell’azione esecutiva. Il neo premier non ha mancato di attaccare il presidente, considerato “un burattino”. «Ha permesso che l’Ungheria fosse saccheggiata, non ha detto una parola quando migliaia di bambini sono stati abusati da pedofili graziati dal governo. Spero mi stia ascoltando: deve dimettersi. Non abbiamo bisogno di un burattino né della mafia».

Magyar ha rivendicato infine un mandato ampio, che va oltre i confini del suo elettorato: «Rappresenteremo tutti gli ungheresi». Ma allo stesso tempo non ha nascosto la gravità della situazione ereditata: «Il nostro Paese non ha tempo da perdere, ha grandi problemi da affrontare, è stato tradito e devastato: dobbiamo ristabilire l’equilibrio tra i poteri e lo stato di diritto». Allo studio anche una riforma costituzionale che imponga il limite dei due mandati: dovrebbe essere una legge capace di agire anche retroattivamente, per impedire che un giorno Orban possa tornare al potere: “Faremo tutto il possibile per ristabilire la democrazia e ripristinare il sistema di controlli ed equilibri”. Magyar ha ottenuto la Supermaggioranza, quindi potrà modificare da solo la Costituzione.

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