Successo Zalone, perché la sinistra rosica

Il resto del cinema italiano continua a dare lezioni di vita e di storia. Checco non interpreta l’Italia: la usa

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checco zalone

Zalone fa ridere senza chiedere permesso. Ed è per questo che funziona. Non perché sia popolare, ma perché va dove gli altri si autocensurano. Non chiede permesso ai critici, agli intellettuali, al politicamente corretto. Entra, parla, provoca. E se ne frega. Tutto ciò che tocca diventa oro.

Confesso: sono tornato a rivedere il film a distanza di pochi giorni e ho riso ancora più della prima volta. Ma la notizia non sono io. La notizia sono due miei nipoti, William e Maria, undici e tredici anni, che dopo quattro giorni mi hanno trascinato di nuovo in sala. Ragazzi cresciuti ovunque tranne che in Italia, sempre in movimento: Giordania, Libano, Colombia, Messico, Austria. Oggi Nuova Delhi. Figli di diplomatici. Inglese e spagnolo fluenti, italiano laterale. Zalone per loro non era un nome, non era un marchio, non era un’identità nazionale. Era un perfetto sconosciuto.

Ed è stato lì, grazie a loro, che ho capito il fenomeno che i custodi del buon gusto fingono di non vedere o di non accettare. Proprio per questo ha funzionato. E proprio per questo hanno voluto rivederlo. Perché Zalone non chiede appartenenza. È immediato e, insieme, profondamente adulto. Gli adolescenti reagiscono al gesto, al ritmo, all’eccesso. Gli adulti riconoscono l’ingranaggio che si inceppa: lo Stato, il lavoro, l’ipocrisia, la morale di facciata. Due risate diverse, nello stesso istante.

Zalone non interpreta l’Italia: la usa. Come una scenografia mobile dentro cui muove un personaggio che non vuole migliorare, non vuole redimersi, non vuole insegnare nulla a nessuno. È sollievo. Zalone non ti chiede di capire: ti precede. Ecco perché piace ai giovani e agli adulti insieme. Perché parla a entrambi nello stesso modo: non li educa, non li misura, non li giudica.

In un tempo ossessionato dal giudizio, è un gesto sovversivo. Il resto del cinema italiano continua a dare lezioni di vita e di storia. Zalone no. Ed è per questo che, piaccia o no, resta l’unico davvero contemporaneo. Bravo Checco. Solo una richiesta: non farci aspettare altri cinque anni. Perché nel frattempo dobbiamo sorbirci Sorrentino che compiace se stesso, Muccino che scambia l’ombelico per il mondo e Bellocchio che confonde la gravità con la profondità. Ed è il motivo per cui la sinistra rosica. Buen camino a chi, alla fine, sceglie l’integrità anche quando costa.

Luigi Bisignani per Il Tempo

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