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Sul lockdown all’italiana ha ragione Boris Johnson

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Gli sprovveduti credono che essere patrioti o nazionalisti voglia dire nulla conoscere ciò che avviene oltre Chiasso e difendere anche i vizi del proprio paese. Ma non è così. Io per esempio, che nazionalista lo sono, leggo giornali, libri e riviste di varie paesi in lingua, mentre il globalista progressista medio sfoglia solo Repubblica (e, se particolarmente colto, anche Il Fatto Quotidiano), i libri editi da Laterza e da Einaudi, oggi ridotte al rango di case editrici militanti, e all’estero c’è andato per Erasmus o per turismo, che non sai se peggio  la prima o la seconda cosa.

Le ragioni di Boris

Per questo non ho nessuna difficoltà a scrivere che, nella disputa un po’ ridicola apertasi tra l’Italia e il Regno Unito, tra Mattarella e Boris Johnson, e oggi condita dalla stampa non solo mainstream con commenti che vanno dall’esilarante autocomicità a toni da campagna anni Trenta contro la “perfida Albione” e il “popolo dei 5 pasti”, noi, che siamo patrioti e anzi nazionalisti, stiamo con Boris Johnson, sans alcune regret (lo dico per il “cosmopolita”; è francese, vuol dire senza alcun dubbio)

Perché parteggiamo per il premier inglese? Innanzitutto perché ha detto la verità. Cioè che storicamente il popolo inglese è molto più sensibile alle violazioni della libertà individuale che non quello italiano e quello tedesco – i due paesi sono stati appaiati perché il primo ministro rispondeva a un deputato laburista citandoli come esempi positivi di gestione della pandemia

Ora c’è qualcuno che potrebbe storicamente smentire quanto assortito da Boris che, ricordiamolo, legge e conosce l’italiano e la storia del nostro paese? Da un lato, il paese della Magna Charta, della invenzione del parlamento in senso moderno, del liberalismo, della separazione tra sfera religiosa e sfera politica, insomma che ha introdotto la libertà senza passare dalla Rivoluzione francese, portatrice invece di dispotismo. Ma poi, nel Novecento, la nazione che ha sconfitto per due volte i progetti imperialistici germanici finalizzati alla creazione di uno spazio unico europeo, prima quelli di Guglielmo II nel 1914 poi quelli di Hitler nel 1939. Nel secondo caso poi, senza la resistenza churchilliana, oggi l’Europa sarebbe unita si, ma sotto la croce uncinata.

Noi amiamo l’Italia. Ma sul profilo della libertà individuale, il dossier non è neanche lontanamente paragonabile a quello inglese: siamo il paese che ha inventato il fascismo, e questo tanto basta. Ma anche dopo la Seconda guerra mondiale, in Uk il comunismo non attecchì mai, mentre l’Italia, come diceva Lucio Colletti, è stato il paese dell’Europa orientale più a occidente.

Insomma, un minimo di pudore richiederebbe silenzio. Invece la grancassa è partita, con un mix di demagogia, ignoranza, vanagloria, poveraccismo: e mentre oggi la nostra stampa quasi tutta tuona contro la perfida Albione, i giornali d’oltre Manica non ne danno quasi notizia, a parte forse i tabloid. Del resto ormai l’autorevolezza dei nostri quotidiani non è superiore a quella del Sun, con la differenza che i nostri sono molto più noiosi e non vendono come il loro quasi equivalente inglese.

Ipocrisia

C’è poi un’altra ragione che rende ipocrita la campagna anti Boris. Ma come, abbiamo sentito Macron, Merkel, oscuri lussemburghesi più o meno avvinazzati, olandesi, persino estoni o lituani o lettoni (tanto fa lo stesso) darci dei “lebbrosi”, dei “puttanieri”, dei “vomitevoli”, dei “mafiosi”, dei “corrotti” eppure non mi pare che nessuna alta autorità dello Stato si sia levata in quell’occasione, e anzi la stampa italiana ha più o meno tenuto bordone, scrivendo che sì, gli elettori di Salvini e di Meloni sono certamente un po’ lebbrosi.

Allora perché Boris? Per almeno tre ragioni. Primo, è di destra. Secondo, è riuscito a sconfiggere politicamente l’eurocrazia, facendole rimediare una figura storica barbina