“Qui Base Mef: partecipate pubbliche, se ci siete, rispondete”. Non succedeva da anni. Questo il senso di una lettera, garbata nei toni ma inequivocabile nella sostanza, firmata dal nuovo direttore generale del Tesoro, Francesco Soro, che ha fatto saltare dalla sedia tutti gli “imperatori delegati” delle partecipate di Stato.
Una sveglia, più che una lettera. Un richiamo secco a un principio dimenticato: il Mef esercita, per legge, l’indirizzo strategico e il controllo sulle società partecipate dallo Stato (D. Lgs. 175/2016). Roba da lesa maestà, ormai.
Nei regni paralleli dell’establishment pubblico, sono bastate poche righe per scatenare il panico: “Si risponde? Si ignora?”. Comunque il messaggio è arrivato chiaro: nel governo l’aria è cambiata.
Le scadenze del PNRR incombono e, da Bruxelles, giungono segnali di disordine. Raffaele Fitto gira a vuoto. Il ministro Foti fa quel che può. E Tajani ha pensato bene di spedire, proprio adesso, l’unico diplomatico davvero competente — Michele Ghiggia — in Egitto.
Come se non bastasse, a conferma dell’irrilevanza di cui godiamo, l’ambasciatore italiano a Bruxelles, Vincenzo Celeste ha appreso, da Bloomberg, -e senza alcun preavviso- della durissima lettera della Commissione Ue sull’affaire UniCredit. Uno smacco. Cose del genere non sarebbero mai accadute ai tempi dei suoi predecessori: Umberto Vattani o Nelli Feroci.
Eppure, qualcosa si muove. Finalmente, al Mef pare sia finita la ricreazione. E chi ha favorito quel sistema, adesso rischia. Marcello Sala, annoiato ex Dg del Tesoro e da anni gestore dell’argenteria pubblica, è nel mirino della Consob. È stato nominato presidente di Nexi come “indipendente”, nonostante fino a ieri fosse parte integrante della macchina ministeriale. Indipendente da chi? Da Guzzetti, suo storico mentore? O da Giorgetti?
Le partecipate strategiche si sono trasformate in piccoli feudi medievali. Le loro scelte oggi passano da fondi, banche d’affari, studi legali, collegi sindacali e Cda blindati, con consiglieri che si accontentano di qualche assunzione mirata o benefit.
Evitare lo smantellamento progressivo delle compagnie di Stato, e del loro ruolo di fondamentale strumento attuativo della politica economica del Paese, doveva essere un punto dirimente per un governo “nazionalista” — almeno sulla carta — come quello di Giorgia Meloni. Lo ripete spesso anche un grande liberale come Guido Crosetto. E un governo che rivendica la stabilità come proprio tratto distintivo dovrebbe ricordare che i tanto vituperati governi della Prima Repubblica — pur instabili nelle cariche — avevano una visione industriale e infrastrutturale chiara.
Un esempio: l’Autostrada del Sole fu costruita in soli otto anni. Poi, a far saltare il banco, arrivarono tre intoccabili, con lo sguardo rivolto più a Parigi, Bruxelles, Washington e Pechino che a Roma:Ciampi, che svendette le banche pubbliche; Prodi, che smantellò l’IRI e regalò Telecom e Autostrade; Draghi, che impacchettò tutto e chiuse la partita.
La golden share? Una foglia di fico. Un’illusione giuridica. Ci raccontano ancora che “il mercato ha sempre ragione” ma non è così. Soprattutto se il mercato è fatto di investitori interessati al solo ritorno economico tra dividendi trimestrali e massimizzazione delle plusvalenze.
Lo Stato potrebbe, eccome, dare visione e orizzonte lungo alle partecipate. Ma c’è un dettaglio: mancano le competenze. Chi guida oggi le partecipate ha spesso curriculum costruiti più nei salotti dei consigli d’amministrazione che nei cantieri. Nel frattempo, si invoca l’Europa come alibi per l’inazione. Ma è un paradosso: Francia e Germania, colonne portanti dell’UE, hanno difeso e potenziato la presenza statale in settori strategici (e non solo). Mentre l’Italia ha interpretato l’Europa fino all’autolesionismo.
Ma si può cambiare approccio: non uscendo all’Europa e giocando al pari degli altri. Senza un azionista pubblico forte, l’Italia è da tempo un bersaglio facile per acquisizioni ostili, scalate silenziose, svendite di know-how, anche da parte di quei paesi europei, Francia e Germania in testa, forti di un sicuro dominio sulla macchina burocratica costruito pazientemente in anni e anni di invii a Bruxelles dei loro migliori funzionari e civil servant (noi abbamo mandato quelli “da sistemare” o peggio).
Anche il PNRR poteva — e forse potrebbe ancora — essere la leva per ricostruire un tessuto industriale pubblico e strategico. Invece, troppo spesso, è stato usato come un mero piano di spesa passivo, a beneficio dei soliti grandi fornitori. Serve un cambio di rotta radicale. E veloce.
Lo scoordinato zig-zag delle partecipate è anche il riflesso di una classe politica senza “anima sociale”, che le ha usate come bancomat elettorale. Non servono nuovi ministeri. Né cabine di regia o tavoli di crisi ministeriali aperti da Adolfo Urso: basterebbe un efficace Dipartimento per le Partecipazioni Strategiche, a cui tutte le aziende pubbliche debbano rispondere.
Ma soprattutto, serve una nuova IRI. Non bisognerebbe nemmeno cambiare l’acronimo, solo il significato: Istituto per il Rilancio Industriale. Una S.p.A. nazionale, che accorpi tutte le partecipazioni strategiche di Stato, agisca sul libero mercato, ma mantenga il 51% pubblico.
Per avere una nuova IRI, serve anche ripensare come una volta a un nuovo modello formativo: un’“ENA italiana”, sul modello francese. In passato, l’intervento pubblico aveva funzionato. Eni, Enel, Casmez: erano enti pubblici economici che hanno trainato lo sviluppo dell’Italia fino agli anni ’80.
La Casmez costruì acquedotti, scuole, ospedali, reti industriali: le uniche opere ancora visibili nel Sud. Poi, il nulla. L’Italia, con il suo capitalismo familiare e fragile, aveva bisogno di grandi soggetti pubblici capaci di indirizzare lo sviluppo. Non averlo capito è stato un errore tragico.
La fine dell’intervento diretto dello Stato nel Mezzogiorno — sostituito dalle Regioni — ha provocato il disastro che oggi vediamo. Giulio Tremonti provò a invertire la rotta, trasformando la CDP in una nuova IRI. Peccato che, nel tempo, si sia scolorita. Riempita negli ultimi anni da ex banker europei, senza la minima cultura industriale, è stata usata come avatar del Mef, per parcheggiare partecipazioni da monetizzare. La CDP non ha inciso nemmeno sulle nomine. Ha solo obbedito.
Se Meloni vuole davvero cambiare il sistema, non basta un intervento spot su Mediobanca o una moral suasion ai vertici. Serve una riforma strutturale della governance economica e il ritorno a una vera politica economica pluriennale.
Ancora oggi siamo in balìa delle solite cordate dominanti: bassaniani, cassesiani, draghiani. Sono ancora tutte lì. Giorgia se ci sei batti un colpo.
Luigi Bisignani per Il Tempo
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