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Ma era proprio necessario giocarla in Arabia Saudita?

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Il 16 gennaio a Gedda ci si attende il tutto esaurito al King Abdullah Sports City Stadium per la sfida di Supercoppa italiana tra Juve e Milan. Si gioca in Arabia Saudita? Sì. La Supercoppa viene sempre disputata all’estero. Questa volta però c’è un problema. Le donne possono assistere solo in settori riservati alle famiglie. Allo stadio i 60mila posti sono divisi in settori indicati come” singles”, riservati agli uomini, e “families”, per uomini e donne. Naturalmente il fatto ha scatenato un putiferio che possiamo riassumere così: perché giocare la partita in un Paese islamico nel quale le donne sono discriminate (allo stadio tra l’altro possono entrare solo dal 2018)?

Gaetano Micciché, presidente della Lega di Seria A si difende: «Voglio precisare che le donne potranno entrare da sole alla partita senza nessun accompagnatore uomo, come scritto erroneamente da chi vuole strumentalizzare il tema: la nostra Supercoppa sarà ricordata dalla storia come la prima competizione ufficiale internazionale a cui le donne saudite potranno assistere dal vivo». Resta il fatto che si dovranno sedere in un settore riservato. Non hanno dunque la libertà di scegliere il seggiolino più gradito e di muoversi dentro all’impianto.

Anche in Italia ci sono stati problemi. Alcune tifose hanno segnalato di non poter comprare i biglietti, in quanto donne e single. In attesa di chiarimenti definitivi, una cosa si può dire: il calcio italiano tra violenza, razzismo e insulti ha chiuso malissimo il 2018. È proprio necessario aprire il 2019 omaggiando (e legittimando) un Paese che sui diritti umani ha ancora tanta strada da fare? Davvero le nostre squadre vogliono contendersi il trofeo in uno stadio dove le donne sono discriminate? Non sarebbe meglio starsene a casa nonostante un accordo da sette milioni di euro?

Alessandro Gnocchi, 3 gennaio 2019