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Task force di Conte: Consob e toghe fermano il pavone metrosexual

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Perché dopo ben due anni e mezzo nella casa di Palazzo Chigi il premier Conte continua a maltrattare la “res publica”? Lo dimostra l’ultima bizzarra idea di delegare all’ennesima task force la gestione del Recovery Fund. Lo strambo piano Marshall è piazzarci dentro, in pieno conflitto d’interessi, solo alcuni e non altri mandarini scelti chissà come e perché.

Baracconi

E meno male che è tramontata l’incredibile idea di chiamare manager di società partecipate dallo Stato e quotate in Borsa dopo un aut aut riservato arrivato dalla Consob. L’ennesimo mostro giuridico-amministrativo davanti al quale Tar e Consiglio di Stato dovranno giocoforza alzare ancora una volta barriera, ridicolizzando la trovata del Premier, visto che la gestione dei fondi pubblici è riservata all’Amministrazione dello Stato con i suoi organi centrali e periferici. A meno che, a pensar male, non si immagini che una simile operazione sia stata previamente concordata con i vertici della giustizia amministrativa attraverso i buoni uffici del segretario generale di Palazzo Chigi che è anche Presidente di sezione dello stesso Consiglio di Stato.

Un’iniziativa balzana e controproducente, come l’inutile passerella degli Stati Generali a Villa Pamphilj nella quale neppure un’idea è stata portata avanti, ma Giuseppi, orfano di Trump, è riuscito comunque a raggiungere il suo intento principale: prendere tempo. Tornando al Recovery Fund, vien da chiedersi perché non abbia coinvolto un organismo fondamentale di programmazione come il Cipe, il comitato interministeriale per la programmazione economica, istituito nel 1967 da un pugliese illustre, Aldo Moro.

Dai democristiani solo difetti

Ma dei democristiani ai quali spesso si riferisce, il Premier è riuscito a prendere soltanto i difetti e nessuna qualità. Del grande statista Moro, ad esempio, ha assunto quella tendenza di favorire la sua terra d’origine e nient’altro. Basta vedere la pioggia di milioni di euro, quasi 200 sembra, destinati alla provincia di Foggia. Di Emilio Colombo ha ereditato, invece, quel suo tratto vanesio. Guardare ogni sera la Rai, La7 o Mediaset con le immagini costruite a tavolino, che ricordano, mutatis mutandis, i tempi dell’Istituto Luce, ne è la conferma. Ecco il capo del Governo percorrere con passo svelto e sicuro i corridoi di palazzo con cartelline sotto il braccio, oppure intento alla scrivania a sottolineare la lista della spesa impugnando una Montblanc con mano ferma e unghie ben curate. Mussolini a torso nudo a mietere il grano e Conte con i suoi impeccabili completi blu su misura. Ogni epoca evidentemente ha il mito che si merita. D’altronde non sarebbe Conte se, alla raffinatezza di Colombo, non abbinasse anche l’arroganza e il pugno duro di Amintore Fanfani, uno dei grandi protagonisti della ripresa economica italiana. Quest’ultima sì che servirebbe a tutti, ma il Premier non riesce proprio a innescarla. Mentre assomiglia al Fanfani più minaccioso quando bacchetta i leader dell’opposizione o difende, con dovizia di particolari da excusatio non petita, il suo privato durante i telegiornali a reti unificate. Ma “Giuseppi” si rifà anche all’Andreotti che disse che era meglio tirare a campare anziché tirare le cuoia, ignorando però la grande lezione del Divo in politica estera e nei rapporti con il Vaticano, che resero l’Italia protagonista nel Mediterraneo e non solo. E non può certo mancare la passione in comune con Cossiga per i Servizi Segreti, con la differenza, però, che per l’ottavo presidente della Repubblica erano uno stimolo tecnologico e strumento essenziale di relazione tra gli Stati mentre per il capo dell’Esecutivo sono ormai solo un “pettegolume” sulle vite degli altri.