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Termini Imerese, un consiglio al ministro Di Maio

Mi stupisco dello stupore su come sia finita la vicenda Termini Imerese. In tempi non sospetti era stato facile prevederlo. Era già tutto scritto. Sgombriamo subito il campo dal caso della Famiglia Ginatta, la verità è ormai nelle mani della magistratura e del loro legale torinese, a noi analisti politici o di business non deve interessare il caso personale. Quando Sergio Marchionne prese la decisione (ovvia) di chiudere lo stabilimento si aprì la solita “italica sceneggiata” (so che non è elegante dirlo così, ma se andate a consultare i ritagli di giornali e di tv, vedrete che il termine è acconcio) fra il Ceo di Fca, i Sindacati (alcuni filo, altri contro), il Comune, la Regione, il Governo, e tutti gli altri stakeholder (Fornitori, banche, etc. etc.). Da sempre succedono eventi simili in ogni parte del mondo. Le soluzioni sono variegate, a seconda del modello politico economico esistente e relative leadership.

Ricordo quando, anni fa, in un paese lontano, decisi di chiudere uno stabilimento simile a Termini Imerese (era un problema sociale evidente, non c’erano, in un’area di una cinquantina di chilometri, altre opportunità di lavoro per i dipendenti licenziati). Stessa “sceneggiata” da parte degli stakeholder, ma qua la soluzione la trovò il potere politico, nella persona del Governatore. Lui fu geniale, soprattutto definitivo, io finii gabbato. Infatti, il colloquio durò pochissimo, mi confermò che ero libero di prendere ogni decisione volessi, lui non sarebbe intervenuto nella vicenda. C’era però un vincolo: se volevo chiudere lo stabilimento era necessario che io mi impegnassi a fare tutte le eco-bonifiche del terreno sottostante e, se del caso, ripristinare le situazioni status quo ante. In modo impeccabile mi comunicò che la partita era già chiusa, che ero un suo “prigioniero”, se volevo andarmene dovevo pagare. Le implicazioni penali, per l’azienda e per me, le indicarono i miei legali. Lo stabilimento aveva un’ottantina d’anni, aveva avuto diverse proprietà, molti si erano comportati da sporcaccioni: feci fare alcuni carotaggi. Dopo i primi, decisi di non chiudere lo stabilimento, rifeci il piano e la cosiddetta ottimizzazione industriale fu trovata penalizzando altri insediamenti produttivi in altri paesi del mondo, meno aggressivi, salvando quello. Fortunati quei paesi che hanno politici di tal fatta. Chapeau a chi mi gabbò. A ruoli invertiti, mi sarei comportato come lui.

Il mio suggerimento al giovane ministro Luigi Di Maio, da cittadino del mondo che ne ha viste di ogni colore, e pure conosciuto una grande quantità di birbanti del business, è di abbondonare le modalità che da un quarto di secolo vengono adottate, tipo quella di Termini Imerese. Mi permetto di suggerirgli di fare il bilancio economico di quanto sia costato all’erario questa operazione, si accorgerà della montagna di quattrini buttati, ritrovandosi poi alla situazione quo ante, senza quattrini e con lo stesso problema di prima. Spendere così tanto per ottenere nulla mi pare un’idiozia. Ma così va il mondo al tempo del Ceo capitalism in paesi servi.

Riccardo Ruggeri, 14 marzo 2019

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