Cronaca

Tortora e i Moretti

Può sembrare una bestemmia. Ma il Caso di Crans Montana ci chiede uno sforzo garantista enorme. Eppure necessario

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Superata l’indignazione, umana, forse anche comprensibile, soprattutto quella dei familiari delle vittime di Crans Montana, occorre mettere da parte il cuore (o la pancia) e provare a ragionare.

Dell’inchiesta sulla strage di Capodanno si può, e forse si deve, pensare tutto il male possibile: indagini mal avviate, perquisizioni rimandate, tentennamenti iniziali di fronte ad una catastrofe abnorme. Ma la scarcerazione dietro cauzione di Jacques Moretti con tutto questo non c’entra un fico secco. Intanto perché non è stata la Procura, cioè chi indaga, a disporla ma un Tribunale e per noi sostenitori della separazione delle carriere dovrebbe essere motivo di plauso e non di critica. E poi perché dimostra che in Italia abbiamo il vizio di scambiare l’indagine, e quindi la carcerazione preventiva, per la condanna. Cosa che fa a pugni con ogni principio garantista.

A sentire chi oggi si straccia le vesti sembra quasi che Moretti, essendo stato scarcerato, è ormai scontato che la farà franca. Ma non stanno così le cose. Semplicemente affronterà lo stesso processo da casa anziché da dentro una cella e con ogni probabilità finirà col dover scontare una pena. In galera ci andrà se, o meglio quando, un tribunale definirà esattamente le sue colpe. E guardate che questo non è un dettaglio da nulla. Perché i processi servono ad evitare condanne sommarie, sproporzionate ed errate. Chi era esattamente il responsabile della sicurezza in quel locale? Lui o la moglie? Chi ha autorizzato il montaggio di quei pannelli? E chi ha fatto entrare più gente di quella consentita, lui o la Jessica?

Il carcere preventivo non serve a punire prima della condanna l’imputato. Nè a placare la sete di giustizia, a cui invece si risponde con processi rapidi. Le misure cautelari servono a evitare che questi inquini le prove, scappi o reiteri il reato. Se i pm e i giudici hanno valutato che tali rischi non sussistono, possiamo storcere il naso ma non gridare allo scandalo. Perché altrimenti stiamo solo invocando la forca per chi non si è ancora neppure seduto alla sbarra, non ha presentato le sue contro-deduzioni, non ha provato a spiegare. Servirà ad evitargli la condanna? Crediamo di no. Ma se togliamo a un probabile colpevole il diritto di difendersi, un giorno potrebbe toccare anche a noi ingiustamente indagati.

Moretti non è “libero” per grazia ricevuta. È libero, anche se sottoposto a obbligo di firma e altri controlli, perché lo prevede la legge svizzera il che può farci orrore ma sono fatti loro. Non nostri. Possiamo magari discutere sul prezzo fissato per la cauzione, che può apparire bassa a fronte di 40 morti e 116 feriti. Possiamo in punta di diritto affermare che forse sarebbe stato più logico disporre almeno gli arresti domiciliari, invece del semplice obbligo di firma. Ma non possiamo abdicare al principio.

Direte: ma così Moretti potrà inquinare le prove, concordare la versione con la moglie e mettere pressione ai testimoni! Forse. O forse no. Magari verrà tenuto sotto controllo. Magari potrebbe tradirsi e chissà, i magistrati svizzeri potrebbero aver messo sotto controllo le sue comunicazioni. Scapperanno in Francia? Non hanno i documenti. E ci auguriamo tutti che le autorità svizzere faranno il possibile per impedirlo.

L’isteria collettiva che ha colpito in modo unanime l’Italia, fatte salve questa Zuppa e il pezzo di Claudio Romiti, ha convinto il governo a richiamare l’ambasciatore italiano in Svizzera e porterà con ogni probabilità ad uno scontro diplomatico tra Roma e Berna. Un errore, ad avviso di chi scrive, e forse anche un boomerang in vista del referendum. Fa strano che i partiti che si spendono per riformare la giustizia, sventolando con vigore la bandiera garantista, non capiscano che per evitare a tutti i costi un caso Tortora dobbiamo accettare un caso Moretti. Anche se ci fa rabbia. Anche se ci indigna vederlo a casa con 40 ragazzi morti.

Dobbiamo convincerci che è molto peggio un innocente dietro le sbarre prima del processo che un probabile colpevole a casa (tenuto d’occhio), in attesa che un giudice stabilisca la sua pena in via definitiva.

Giuseppe De Lorenzo, 25 gennaio 2026

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