Cronaca

Tra Pisa e Torino: l’errore di Mattarella che ha minato la fiducia nella polizia

Questo è anche il Paese che difende le forze dell’ordine a giorni alterni. Vi ricordate il caso delle manganellate ai Pro Pal?

Sergio Mattarella discorso fine anno
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La vicenda di Alessandro Calista, il poliziotto percosso brutalmente da alcuni delinquenti, anche con un martello, al termine del corteo di protesta (pacifico…) svoltosi a Torino sabato 31 gennaio per lo sgombero del centro sociale Askatasuna, è oramai nota a tutti. L’Italia intera ha condannato l’infame aggressione, schierandosi unanimemente dalla parte della polizia, anche se da una parte politica, ed è possibile immaginare quale, non sono mancati i consueti distinguo: i “si ma, però forse”, con i goffi tentativi di far ricadere la colpa di tutto ciò che è accaduto sul Governo, reo di aver disposto la chiusura dell’ormai famigerato centro sociale torinese.

Ma questo è anche il Paese che difende le forze dell’ordine a giorni alterni. C’è ancora nell’aria infatti l’eco delle dure polemiche della sinistra nei confronti della polizia, quando quest’ultima venne accusata, nel corso delle manifestazioni di Pisa del 23 febbraio 2024, di aver brutalizzato gli studenti che manifestavano per la Palestina, spingendo, insultando e opponendo resistenza.

Si scomodò lo stesso Presidente della Repubblica che affermò che “l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli”, in questo modo minando forse per primo, e senz’altro involontariamente, l’autorevolezza delle stesse. Da quella vicenda scaturirono informazioni di garanzia a una decina di agenti e ai tre funzionari che avevano la responsabilità dell’Ordine e della Sicurezza Pubblica, oltre che a tredici manifestanti maggiorenni.

In attesa del nuovo sospirato decreto sicurezza, che dovrebbe portare nuovi strumenti operativi alle forze di polizia, tra cui il fermo preventivo e una sorta di scudo penale per gli agenti, sarebbe forse anche il caso di rivedere l’impianto normativo alla base della gestione dell’Ordine Pubblico nelle manifestazioni, dalla catena di comando all’impiego tattico sul campo.

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Parliamo ad esempio di norme che affondano le radici nei lontani anni trenta del secolo scorso e che, nonostante gli adeguamenti normativi del legislatore e della Corte Costituzionale, non appaiono più idonee ad affrontare quella che il Ministro Crosetto ha definito “guerriglia”, e che somigliano sempre più ad attacchi eversivi ideati, organizzati e messi in atto per destabilizzare il nostro Stato democratico.

Alla base c’è sempre ovviamente la nostra beneamata Costituzione, che garantisce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi pacificamente e senza armi, nei luoghi pubblici, ma tecnicamente le norme principali restano il T.U.L.P.S. (R.D. 18 giugno 1931, n. 773), ed il suo Regolamento per ’Esecuzione (R.D. 6 maggio 1940, n. 635).

In particolare, il Testo unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS) ed il relativo Regolamento andrebbero rivisti ed integrati con nuove e più chiare disposizioni, a cominciare dalle responsabilità dei livelli decisionali per finire al lessico utilizzato, risalente ai primi del novecento e dove ancora è formalmente previsto che il cosiddetto “discioglimento” delle manifestazioni violente sia annunciato da “tre distinte formali intimazioni, preceduta ognuna da uno squillo di tromba”, o che il “funzionario di P. S., ove non indossi l’uniforme di servizio, deve mettersi ad armacollo la sciarpa tricolore”, che fanno sembrare l’azione delle forze di polizia più pittoresca che non veramente dissuasiva.

Provvedimenti vanno presi poi in materia di nuovi materiali di difesa passiva, più resistenti e protettivi dell’intera figura, tenuto conto che dalle immagini del pestaggio si vede come l’inguine dell’agente non fosse assolutamente protetto e, in materia di tecniche di polizia, vanno riviste le tattiche operative, affinché non accada più che un agente resti isolato ed alla mercé di questi delinquenti.

Col. Sergio De Santis, 3 febbraio 2026

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