
Bisogna essere d’accordo, almeno stavolta, con Marco Travaglio. Forse l’unico, oltre questa nostra Zuppa, La Verità e a poche altre voci, a chiedere che Francesco Saverio Garofani, gran consigliere di Mattarella pizzicato a sognare “provvidenziali scossoni” contro il governo, rassegni le dimissioni. Se non ora, quando?
“Si può dire “che palle” in prima pagina? Non lo so, ma non mi viene commento migliore sulla batracomiomachia innescata dallo scoop della Verità sulle frasi dal sen fuggite al consigliere di Mattarella, che molti giornali allergici alle notizie si vantano di avere accuratamente scansato. Salvo poi riempirci pagine su pagine dal giorno dopo”, scrive oggi Travaglio nel suo editoriale convinto che la cosa sia abbastanza semplice da capire. “Chi lavora al Quirinale deve tenere le sue idee politiche per sé o fra le quattro mura di casa. Se le spiattella in un luogo pubblico e si fa beccare, come Garofani, non gli resta che dimettersi: non per aver commesso un crimine, ma per aver messo in imbarazzo la massima istituzione del Paese che, per essere tale, dev’essere super partes. Invece qui pare che Mattarella sia più infallibile del Papa (che fra l’altro non lo è neppure per i credenti, salvo le rare volte in cui parla ex cathedra) e trasmetta pure la sua infallibilità ai suoi collaboratori, per contagio”.
Il direttore del Fatto fa infine notare che “pur di non ammettere che Garofani l’ha fatta fuori dal vaso”, i giornali “si inventano ‘attacchi al Colle’ (il mondo alla rovescia) e immancabili interferenze ‘ibride’. russe, perché il consigliere è pure segretario del Consiglio di Difesa dove Mattarella e tutto il cucuzzaro avevano appena detto peste e corna della Russia: ergo Putin gongola e la Zakharova anche di più. Così le gazzette e i politici (poteva mancare il duo Calenda&Picierno?) irridono al ‘complotto’ evocato dai meloniani e poi ne inventano uno ancor più ridicolo (“Ha stato Putin”)”. Per una volta, siamo d’accordo.
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