Giustizia

Trentatrè anni dopo Capaci: le verità non dette su Falcone e le stragi

Giovanni Falcone strage di Capaci Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Sono passati ormai trentatré lunghi anni da quel sabato 23 maggio 1992, il tragico giorno in cui, nei pressi di Capaci, un barbaro attentato terroristico strappò brutalmente la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo, anch’ella magistrato, e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Da allora, Giovanni Falcone è divenuto un monumento nazionale, simbolo della lotta alla criminalità organizzata e al malaffare, e, a partire dal 2002, nel giorno della sua scomparsa è stata istituita in Italia la “giornata della legalità”, con l’intento dichiarato di commemorare le vittime di tutte le mafie e ricordare la cruenta Strage di Capaci.

Eppure, al netto delle celebrazioni di rito e del doveroso ricordo di un emblema di rettitudine e moralità quale fu Giovanni Falcone, permane ancora nel Belpaese un inscalfibile substrato di omertà, silenzi e ipocrisia che non rendono onore né alla memoria del magistrato palermitano e delle altre povere vittime della feroce strage, né tantomeno all’immagine del Paese e delle sue istituzioni. Sui fatti di Capaci, del resto, come pure sull’intera stagione delle stragi che più di tre decenni or sono insaguinò l’Italia seminando in lungo e in largo caos, sconcerto e panico, si è sempre deliberatamente preferita la via del ricordo a quella della verità, vendendo all’opinione pubblica una realtà solo parziale e volutamente depurata del nocciolo centrale di quella vicenda che condusse poi ai violenti attentati di inizio anni novanta.

Etichettare Capaci come una “strage di matrice mafiosa”, e i suoi morti come “vittime di mafia”, è infatti un esercizio semplicistico e fuorviante che mal si concilia con la realtà dei fatti e col desiderio di tributare omaggio alla memoria dei caduti. L’attentato a Giovanni Falcone non può infatti essere letto alla stregua di un mero “delitto punitivo”, ovverosia attuato da Cosa Nostra con l’intento di rivalsersi nei confronti di quel magistrato che aveva istruito il maxiprocesso di Palermo che aveva inflitto, appena poche settimane prima della strage di Capaci (la sentenza di Cassazione reca la data del 30 gennaio 1992), delle condanne pesantissime ai capimafia del tempo, bensì, come un “delitto preventivo” concepito da quelle “menti raffinatissime” di cui ebbe a parlare in più occasioni lo stesso magistrato di origini siciliane, probabilmente per scongiurare il rischio che Giovanni Falcone potesse addivenire a conclusioni in grado di colpire anche interessi di altro genere.

La stagione delle stragi, inoltre, va debitamente contestualizzata e inserita in una più ampia cornice di riferimento, quella di fine Prima Repubblica, conseguente al crollo dell’Unione Sovietica e all’archiviazione della logica dei due blocchi, contraddistinta nel Belpaese da una burrascosa fase di epocali e profondissimi mutamenti. Un radicale cambio di paradigma in grado di sovvertire l’ordine democratico precostituito e spostare verso sinistra gli assetti politici preesistenti, come fu definito, concepito oltreoceano già all’indomani del crollo del Muro di Berlino, e compiuto in Italia a partire dal 1992, l’anno delle stragi, ma anche quello dell’arrivo della procellosa tempesta giudiziaria di Mani pulite che avrebbe contribuito a decapitare violentemente la Prima Repubblica e i suoi principali protagonisti.

Due eventi, le stragi e Tangentopoli, che si intersecano in più punti tra loro come tessere di un unico mosaico, legati peraltro da un medesimo fil rouge con alcune note inchieste giudiziarie condotte negli anni ottanta dall’FBI, con la collaborazione, tra gli altri, anche di alcuni appartenenti alla Magistratura italiana, a cominciare dallo stesso Giovanni Falcone. Ed è proprio da qui, a ben vedere, che bisognerebbe seriamente ripartire per fare maggiore chiarezza sui fatti Capaci e per onorare nel migliore dei modi possibili la memoria di un uomo che ha speso tutta la propria esistenza in nome della legalità, ricevendo in cambio riconoscimenti, cerimonie ed onori condite con omissioni, non detti e mezze verità.

Salvatore Di Bartolo, 24 maggio 2025

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