Trump pronto a colpire l’Iran: basi Usa evacuate e caos nei cieli

Spazio aereo chiuso (poi riaperto), internet oscurato e diplomatici in allerta: Teheran sfida Washington mentre gli alleati arabi tremano

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L’Iran ha riaperto lo spazio aereo ai voli commerciali dopo una sospensione di oltre quattro ore avvenuta nella notte tra mercoledì e giovedì. Durante la chiusura, i vettori internazionali hanno modificato le proprie rotte sorvolando il Paese da nord o da sud. Le compagnie iraniane hanno già ripreso l’utilizzo dello spazio aereo di Teheran. Parallelamente, nel quadro delle tensioni con gli Usa, si moltiplicano le indicazioni di una possibile operazione militare statunitense. Washington ha disposto il ritiro “a titolo precauzionale” di parte del personale dalla base di Al Udeid in Qatar — seguita da Londra — e da altre installazioni in Medio Oriente, dopo gli avvertimenti di Teheran su potenziali ritorsioni contro le forze americane nella regione. Due funzionari europei, citati da Reuters, ritengono probabile un’azione militare, che secondo una delle fonti potrebbe avvenire entro giovedì.

Il presidente Donald Trump, che da giorni minaccia un intervento senza fornire dettagli operativi, ha dichiarato a Cbs che gli Stati Uniti adotteranno “azioni molto forti” qualora l’Iran procedesse con esecuzioni di manifestanti. Interpellato sul rischio di ritorsioni, ha commentato: “L’Iran ha detto la stessa cosa l’ultima volta che li ho colpiti, quando avevano ancora la capacità nucleare, che ora non possiedono più. Farebbe meglio a comportarsi bene”. Nel frattempo, è stato impartito l’ordine di evacuare la base di Al Udeid, considerata la principale installazione militare statunitense nella regione con circa 10 mila soldati, già colpita da forze iraniane a giugno dopo raid americani contro obiettivi nucleari.

Fonti regionali riportano inoltre che Arabia Saudita, Qatar e Oman stanno conducendo attività diplomatiche riservate per scongiurare un attacco statunitense, preoccupati per le ricadute sulla stabilità mediorientale. Una fonte citata dalla Cnn ha avvertito che “qualsiasi escalation militare avrà conseguenze per l’intera regione, compresi sicurezza ed economia”. Secondo la stessa emittente, dopo i numerosi avvertimenti pubblici, il presidente americano si troverebbe ora nella condizione di dover dare seguito alle sue dichiarazioni: “Parte della questione è che ora ha tracciato una linea rossa e sente di dover fare qualcosa”, ha riferito una fonte, aggiungendo che Trump appare orientato verso un’azione.

Il Consiglio per la sicurezza nazionale si è riunito martedì per definire ulteriormente le opzioni possibili. Durante l’incontro, cui Trump ha partecipato dopo il rientro da un viaggio in Michigan, sono stati presentati aggiornamenti sulle vittime in Iran e scenari legati alla repressione delle proteste, inclusa la possibilità di nuove esecuzioni. Al presidente sono stati mostrati anche filmati provenienti dal Paese. All’interno del team di sicurezza nazionale non vi sarebbe una posizione univoca: resta aperto il dibattito su un eventuale attacco cinetico, pur convergendo sull’esclusione di un intervento di terra o di un coinvolgimento militare prolungato. Le opzioni includono un attacco mirato contro strutture dei servizi di sicurezza ritenuti responsabili della repressione, un’operazione informatica per compromettere le comunicazioni degli apparati iraniani o l’adozione di misure PsyOps.

Le capacità operative statunitensi nell’area comprendono il Comando Centrale avanzato di Al Udeid e il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrain. Non è presente però una portaerei, e risulta improbabile che i Paesi arabi autorizzino sortite offensive di caccia statunitensi dalle loro basi per evitare possibili ritorsioni. Le azioni militari disponibili sarebbero quindi limitate all’impiego di un numero ridotto di bombardieri con decollo dagli Stati Uniti o al lancio di missili cruise Tomahawk da tre unità navali americane.

Sul fronte interno iraniano, continua l’interruzione quasi totale dell’accesso a internet, prolungata da oltre 156 ore nel contesto delle proteste iniziate il 28 dicembre. L’osservatorio Netblocks segnala che le restrizioni sono in vigore dall’8 gennaio. Secondo l’agenzia di stampa Fars, affiliata allo Stato, il blocco potrebbe protrarsi per altre una o due settimane.

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Sul piano politico, Reza Pahlavi ha diffuso su X una dichiarazione in cui assicura che “il programma militare nucleare iraniano cesserà” dopo la caduta dell’attuale Repubblica Islamica. L’ex principe ereditario descrive l’Iran odierno come un Paese associato a “terrorismo, estremismo e povertà”, immaginando che sarà sostituito da “un Iran meraviglioso, pacifico e fiorente”. Ha inoltre affermato che “il sostegno ai gruppi terroristici cesserà immediatamente” e che l’Iran “agirà come una forza amica e stabilizzatrice nella regione”. Pahlavi si è detto favorevole a una normalizzazione dei rapporti con Stati Uniti e Israele e alla futura estensione degli Accordi di Abramo in quelli che definisce Accordi di Ciro, volti a riunire “un Iran libero, Israele e il mondo arabo”. Ha poi dichiarato che il Paese adotterà gli standard internazionali e che “un Iran democratico aprirà la sua economia al commercio, agli investimenti e all’innovazione”.

Sulla figura di Pahlavi è intervenuto lo stesso Trump, affermando che “sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe nel suo stesso Paese. E non siamo ancora a quel punto… Ma è molto presto, troppo presto per dirlo. Non sei come vada d’accordo con il suo Paese”. Ha aggiunto: “Non so se il suo Paese accetterebbe la sua leadership, e certamente se lo accettassero sarebbe perfetto per me”, precisando di non aver mai parlato con il principe in esilio.

Franco Lodige, 15 gennaio 2026

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