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Tutti i grandi inganni della Storia

Il nuovo libro del giornalista Paolo Mieli riesce a smascherare fallacie storiche e approcci fuorvianti

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Paolo Mieli, nel suo ultimo libro Il Grande inganno, riflettendo sul Novecento che avrebbe dovuto essere un secolo di pace, racconta con sapienza gli inganni della Storia. Lascia però sullo sfondo proprio quelli dei quali fu testimone, interprete e grande protagonista da direttore del Corriere della Sera, negli anni che tutti gli storici considerano uno spartiacque nella storia della Repubblica italiana.

Ed è forse questo l’inganno più interessante rimasto fuori dal libro: non quello che la Storia ci ha consegnato, ma quello che Mieli ha potuto osservare mentre la Storia si faceva, anche dalle stanze del giornale più autorevole d’Italia. Sarebbero bastate trenta pagine in più per farne non soltanto un libro sulla Storia, ma un libro per la Storia. Uno di quelli da leggere nelle scuole.

Il saggio comunque ci regala gustosi “inganni”, conditi con dovizia di particolari, della Storia dell’umanità. Come la poco conosciuta leggenda del vile Maramaldo che uccide un uomo morto. Siamo nella Repubblica fiorentina, nell’anno del Signore 1530. “Vile, tu uccidi un uomo morto”, una frase che sarebbe stata pronunciata da Francesco Ferrucci contro Fabrizio Maramaldo mentre stava per concludersi la battaglia di Gavinana, ma che non è documentata da alcuna fonte ufficiale.

Con la penna dello storico e l’arguzia del giornalista, Mieli porta il lettore dentro la leggenda di Eracle, il discredito di Domiziano, racconta della pelle nera di San Maurizio e il primo pacifista, Aimone di Bourges, oltre al protofemminista Lutero e la fuga delle suore di Marienthorn. Quando fa cenno a Carducci e i rettili mostruosi del Risorgimento, scrive: “Chi sostiene che i mali parlamentari dell’Italia di oggi (o anche quelli della Prima Repubblica) siano un frutto avvelenato del presente o al massimo del passato prossimo è vittima di un abbaglio clamoroso” e continua con il dimenticato Giuseppe Zanardelli, “un piantagrane inadeguato alla politica delle mediazioni”, acerrimo nemico del trasformismo che però molti condannavano praticandolo abitualmente. A cominciare da Agostino Depretis, esponente della Sinistra che non mancò di allearsi con la Destra per far cadere il governo di Marco Minghetti il 18 marzo 1876, data in cui Mieli colloca la nascita del trasformismo.

L’autore poi spazia tra gli inganni internazionali della crisi dell’ordine mondiale, al Medio Oriente, all’islamismo radicale, alla debolezza dell’Europa e della Nato. Fino all’inganno più vicino a noi: credere che la pace tra Russia ed Ucraina sia sempre a portata di mano soltanto perché sarebbe ragionevole pensarlo. È forse qui che il Mieli storico dà il meglio di sé: nel ricordarci che la Storia non ha alcun obbligo di comportarsi ragionevolmente.

Il Grande inganno, Rizzoli editore, offre anche l’occasione per tornare sul “mielismo”, neologismo approdato persino nell’Enciclopedia Treccani a indicare un atteggiamento o uno stile eccessivamente eclettico e trasversale, addirittura cerchiobottista, ma assolutamente un genere originale e autorevole. Non una dottrina, perché Mieli probabilmente diffiderebbe per primo di una dottrina che portasse il suo nome. Magari forse piuttosto un metodo o, meglio ancora, un riflesso intellettuale: quando tutti gli altri si limitano a mettere un punto, aggiungere invece un punto interrogativo. Il Grande inganno è certamente un titolo efficace. Forse fin troppo. Ma non sarebbe stato più appropriato intitolare questo libro Il grande autoinganno?

Sarebbe stata l’occasione per dedicare quelle trenta pagine mancanti alla grancassa di Mani Pulite; all’avviso di garanzia a Silvio Berlusconi, sparato in prima pagina su input della Procura, che azzoppò subito quel governo e quella straordinaria stagione durante il vertice di Napoli; alle bislacche inchieste di Luigi De Magistris da Catanzaro e a quelle dei tanti piccoli Di Pietro sparsi per l’Italia ed esaltati dal Corriere; al ruolo dei pentiti, buoni per ogni stagione, dalla criminalità alla mafia; alle giravolte attorno a Prodi, Conte e Draghi e alle infatuazioni a volte per la Meloni o per la Schlein.

È innegabile che per gran parte di quegli anni il direttore ha, di fatto, “orchestrato” l’informazione in Italia, quasi codirigendo, dal Corriere, anche RepubblicaLa Stampa e il Tg3, oltre ad una nidiata di giornaliste, giornalisti e opinionisti che si facevano strada nelle redazioni e nei panel. Un nome per tutti: la bellissima Rula Jebreal. Il percorso personale di Mieli aiuta a capire come tutto ciò sia stato possibile. Abbeveratosi all’ombra di un gigante come Renzo De Felice, proveniva dall’area politica di Potere Operaio e poi da quella culturale dell’EspressoRepubblica. Nel 1990, a soli 41 anni, Gianni Agnelli lo chiamò a dirigere La Stampa. Nel 1992 arrivò al Corriere della Sera, dove costruì la parte decisiva della propria influenza giornalistica.

Sul piano politico, il concetto fondamentale è il “terzismo”. Mieli lo ha descritto come la possibilità di dichiarare apertamente la propria posizione — celebre l’endorsement verso Prodi nel 2006 — mantenendo però la capacità di riconoscere le ragioni dell’avversario. Chapeau! E tiene sempre acceso il “faro” su indiscrezioni e pettegolezzi, perché soprattutto il gossip può diventare uno strumento per leggere — e, in qualche misura, orientare — la grande politica italiana.

E, per quanto possa apparire surreale, è possibile anche confrontare due giganti. Uno in gran forma, con una capacità di analisi e una forza di lavoro che continuano a sorprendere, Paolo Mieli; l’altro, Giulio Andreotti, che ci ha lasciati da tempo. Il Divo e quel gattone di Mieli sembrano appartenere a mondi diversi, eppure condividono una diffidenza fondamentale: quella verso chi pensa di sapere in anticipo come andranno le cose. Mieli ci arriva studiando la Storia; Andreotti praticando la politica.

Mieli insegna la prudenza del giudizio: nessuno governa davvero la Storia — e non necessariamente da Palazzo Chigi: magari, come è accaduto nel ventennio del Corriere, dalla buia stanza di una Procura, elevando di volta in volta il procuratore o il pm del momento al rango di interprete dello spirito del tempo. Andreotti ricordava che qualcuno, nonostante tutto, deve governare il presente. Ed è Mieli, naturalmente, che qui ci interessa: la diffidenza verso la parola “mai”, le soluzioni definitive e le previsioni troppo sicure è una delle chiavi del Grande inganno. Sapere che il futuro ci sorprenderà significa diffidare soprattutto di chi sostiene di averlo già capito.

Ma Il Grande ingannoDa Ercole alla Nato: quello che la storia non ci ha insegnato – va letto e, come suggerisce spesso lo stesso Mieli, lasciato per qualche tempo sul comodino, per abbeverarsi alle citazioni di grandi storici che accompagnano molte pagine fino alle divertenti curiosità che non mancano dall’inizio alla fine e ripensare, magari, anche alle mancanze. Per il libro-verità di Mieli ci sarà tempo. E sarà, come sempre, un bestseller.

Luigi Bisignani per Il Tempo 30 agosto 2026

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