Cronaca

“Tutti i maranza sono colpevoli”. Toc toc, applichiamo il lodo Cecchettin?

Due pesi e due misure: quando la violenza è “sistemica” solo se l’assassino è bianco

Elena cecchettin
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Si può dire con assoluta chiarezza e onestà intellettuale che Zouhair Atif, 18enne di origini marocchine assassino del compagno di scuola, per modus operandi, arma utilizzata e formazione culturale è classificabile come “maranza”.

Il giovane ha inferto diverse coltellate a quello che riteneva essere un rivale d’amore davanti ai compagni e l’ha ucciso. Eppure la sinistra intellettuale e persino alcuni cardinali ci invitano a non giudicare un fenomeno preoccupante o, con ancor più faccia tosta, un ragazzo omicida che però secondo loro “aveva l’abisso dentro”.

Facciamo ora un doloroso passo indietro citando un altro brutto episodio di cronaca nera. Nel novembre 2023, l’omicidio di Giulia Cecchettin da parte dell’ex fidanzato Filippo Turetta scatenò una condanna tout court verso il genere maschile.

La sorella della povera Giulia, Elena Cecchettin, scrisse una lettera pubblicata dal Corriere: “Turetta viene spesso definito mostro, invece mostro non è. […] I mostri non sono malati, sono figli sani del patriarcato, della cultura dello stupro”. Aggiunse: “Nessun uomo è buono se non fa nulla per smantellare la società che li privilegia tanto” E ancora: “Viene spesso detto “non tutti gli uomini”. Tutti gli uomini no, ma sono sempre uomini”.

 

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Insomma il femminicidio (un termine che sottende una disparità di trattamento rispetto all’omicidio nell’attuale ordinamento giuridico…) non è mai percepito come un caso isolato, ma come frutto di un sistema di potere maschile. Turetta, italiano, bianco, “cis” incarna un problema collettivo: gli uomini, tutti, devono riflettere, educare, smantellare il privilegio. La responsabilità non è mai solo individuale, ma sistemica, patriarcale. E media, politica di sinistra, associazioni femministe amplificano costantemente questa narrazione.

E se applicassimo questo sistema anche al caso di La Spezia o comunque per esteso ai tanti casi di maranza con le lame facili? Se il patriarcato rende tutti gli uomini corresponsabili (o almeno tenuti a smantellare la cultura che legittima la violenza), allora cosa dire della subcultura “maranza”? Non sono pochi i giovani di seconda generazione (spesso maghrebini) che girano armati di coltello, lo usano per futili motivi (risse, sguardi ritenuti di sfida, volontà di marcare il territorio) in stazioni, parchi, ormai persino scuole.

E le statistiche mostrano che gli stranieri (circa il 9% della popolazione) sono sovrarappresentati negli arresti per rapine, lesioni, omicidi: per certi reati violenti superano il 40%, in alcuni contesti urbani anche di più. Le lesioni da lama sono in aumento verticale e molti casi coinvolgono giovani immigrati o di seconda generazione. La lama è status symbol, strumento di difesa in contesti di devianza, risposta a dispute immediate. È una “cultura dello coltello” diffusa in certi ambienti, alimentata da mancata integrazione, famiglie disgregate, ideologia inconciliabile con la democrazia.

Quindi se seguiamo il “lodo Cecchettin”, dovremmo dire che non è un mostro isolato: Atif è figlio sano di una subcultura che normalizza il porto d’armi bianco, la cultura prevaricante dell’islamismo radicale e l’uso per risolvere conflitti.

Tutti i maranza (o i giovani immigrati con “lame facili”) sarebbero corresponsabili. La comunità di riferimento dovrebbe smantellare quella cultura tossica: padri, imam, centri di aggregazione, coetanei dovrebbero intervenire al primo segnale. Invece, la sinistra e gran parte dei media dicono l’opposto: non generalizzare, è un caso individuale, forse ossessione personale, disagio giovanile, fallimenti scolastici, addirittura mancanza di educazione sessuale e affettiva.

Non si parla mai di “cultura maranza” (anzi viene additata come razzismo!) o di fallimento delle politiche di integrazione.
Perché questa asimmetria? Nei “femminicidi” il bianco cis etero è il nemico perfetto: colpevolizzarlo rafforza la narrazione di oppressione strutturale occidentale, patriarcato da abbattere con educazione di genere, leggi speciali, fondi ai centri antiviolenza.

Qui, l’autore è immigrato (di seconda generazione) e quindi è solo una povera vittima della società chiusa. Generalizzare sarebbe “razzista”, “stigmatizzante”. Meglio individualizzare, parlare di “ragazzo problematico”, evitare di collegare immigrazione incontrollata, mancata assimilazione, importazione di modelli violenti (in alcuni Paesi d’origine il coltello è arma comune nelle dispute). Si teme di alimentare partiti “anti-immigrazione”, di rompere il tabù multiculturalista.

Il risultato? Incoerenza pericolosa, ipocrisia spicciola, partigianeria da due soldi. La colpa, tanto, è sempre dell’uomo autoctono, bianco e cis.

Alessandro Bonelli, 22 gennaio 2026

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