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Tutti i motivi per cui Putin non è ancora sconfitto

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Non ci sono dubbi sul fatto che, nel medio-lungo periodo, Vladimir Putin andrà incontro a un sostanziale insuccesso, innescato dalla sua aggressione all’Ucraina. La Russia contava di sfruttare le divisioni in seno all’Occidente e invece, in termini politico-militari, lo ha compattato; voleva meno Nato ai suoi confini e invece, probabilmente, ne avrà di più, in caso di ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza; puntava a mantenere aperti i canali commerciali con l’Ovest e invece, come effetto delle sanzioni e come conseguenza ultima del progressivo distacco da Mosca programmato dai Paesi europei, quei ponti saranno recisi. Eppure, nel breve termine, è bene che i “buoni” non si crogiolino troppo nell’entusiasmo. Perché Putin ha dimostrato che le sue forze convenzionali sono molto meno temibili del previsto; ma la Russia è tutt’altro che già sconfitta e, anzi, ha le risorse per sostenere ancora piuttosto a lungo il conflitto.

I due successi di Putin

Cominciamo con l’osservare che, almeno sul piano simbolico, lo zar ha appena conseguito due importanti successi. Primo, ha definitivamente preso Mariupol, ha potuto esibire la cattura dei combattenti del battaglione Azov, che per Mosca sono “criminali nazisti” e ha consolidato il controllo su una città strategica. Secondo, ha piegato la resistenza delle società energetiche occidentali, che alla fine apriranno i famosi conti per la conversione in rubli del denaro versato per il gas. Dopo che Mario Draghi, durante il viaggio negli Usa, aveva alluso a una “zona grigia” che permetteva di non violare le sanzioni europee, ieri è arrivato l’annuncio ufficiale dell’Eni. L’azienda ha garantito di aver concordato con le istituzioni italiane l’adesione alla richiesta di Putin. Per Mosca, tutto ciò equivale ad assicurarsi quel finanziamento di quasi un miliardo al giorno, necessario ad alimentare la macchina bellica, oltre che sostenere la valuta nazionale, che infatti ha pian piano risalito la china, tornando ai livelli pre guerra. Per di più, visto il veto ungherese, difficilmente l’Europa riuscirà a decretare l’embargo totale sul petrolio russo.

Russi in ripresa sul fronte

Nel frattempo, le truppe occupanti stanno guadagnando terreno nel Donbass e tutti gli osservatori militari sono ormai concordi nel sottolineare che le conquiste strategiche russe sono significative, che la tattica, sul campo, è molto migliorata rispetto alla disastrosa fase uno della guerra e che, se l’Armata ha scontato numerose perdite sia in termini di vite umane che di mezzi, anche gli ucraini stanno sopportando pesantemente le conseguenze dell’offensiva nemica. Non a caso, Volodymyr Zelensky, un paio di giorni fa, ha sostituito un suo generale; e l’ordine di evacuare le Azovstal non dev’essere stato dato da Kiev a cuor leggero. La contesa rimane sostanzialmente in stallo, ma i russi, che praticano una dottrina bellica piuttosto diversa rispetto a quella occidentale, forse involuta, sono nondimeno attrezzati ad affrontare una logorante guerra d’attrito. E le loro motivazioni, nel Donbass, sono cresciute. Forse non hanno la capacità di minacciare Odessa, ma è difficile pensare che li si possa ricacciare interamente entro i loro confini.

Occidente più prudente

Tutto ciò depone a favore di una maggiore prudenza da parte occidentale. Forse non è così saggio perseguire l’obiettivo del “fino alla vittoria”, caldeggiato da vari ambienti dell’élite ucraina, da Londra e probabilmente anche da una parte dell’amministrazione Biden, dove però le sensibilità paiono essere più composite. Armare la resistenza deve servire a perseguire l’obiettivo con il quale, inizialmente, anche il governo italiano aveva ottenuto il consenso del Parlamento al decreto sull’invio di mezzi militari: portare l’Ucraina in una posizione di forza al tavolo delle trattative. Un negoziato, tuttavia, implica che a entrambe le parti sia fatta qualche concessione. Se l’Occidente crede di poter umiliare e annichilire Putin, prima ancora che con il suo arsenale nucleare, forse dovrebbe fare i conti con la sorprendente resilienza della Russia. Una potenza in declino, ma pur sempre una potenza. È meglio alimentare un Vietnam nel cuore d’Europa, o gettare le basi per una pace che garantisca a tutti una via d’uscita dignitosa?