Tutto quello che non torna nel processo a Netanyahu

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Al Professor Moshe Landau, che fu il Presidente del Tribunale Distrettuale di Gerusalemme che nel 1961 processò e condannò a morte Adolf Eichmann, “L’Architetto della Shoà”, l’esecutore dei piani nazisti di sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, servirono centocinquanta udienze e bastarono centododici testimoni per poter attaccare il gerarca nazista alla forca. Un dato importante che va tenuto a mente è che per ascoltare i centododici testimoni servirono quattro mesi e centocinquanta udienze. Una parentesi storica che qualcuno, riprendendo le parole di Hannah Arendt, ancora chiama “La banalità del male”, anche se secondo chi scrive in quella parentesi di banale non ci fu assolutamente nulla.

Vi chiederete come mai vado a scavare nella storia per descrivere un fatto di attualità, e la risposta è semplice: nei rinvii a giudizio nei confronti di Benjamin Netanyahu, Primo Ministro dello Stato di Israele, che Avichai Mandelblit, Procuratore Generale di Israele, ha presentato al Presidente della Knesset, il Parlamento israeliano, oltre all’informativa che il processo contro il Premier, sempre se si arriverà al processo, verrà celebrato davanti a una corte con tre giudici al Tribunale Distrettuale di Gerusalemme, lo stesso di Eichmann, c’è una lista di trecentotrentatré testimoni, sì, avete letto bene, duecentoventuno testimoni in più di quelli che servirono per condannare a morte il mostro nazista. Scusatemi se insisto, ma solo questo dato dovrebbe far riflettere: non è che per caso qualcuno ieri si è alzato male e ha fatto la cacca fuori dal vaso? Il dubbio nasce spontaneo.

Se per ascoltare centododici testimoni ci vollero circa quattro mesi, quanto tempo durerà il Processo dello Stato di Israele contro Benjamin Netanyahu? Per quanto tempo ancora il Primo Ministro che ha fatto ottenere a Israele i più grandi successi in tutti i campi e che da Ministro del Tesoro del Governo Sharon l’ha protetta dall’onda anomala della crisi finanziaria dovuta ai fallimenti delle banche d’affari americane, dovrà essere messo alla berlina davanti al mondo intero? Sono anni che Avichai Mandelblit indaga e che dal suo ufficio, a scadenza, escono informazioni in base alle quali la quasi totalità dei giornalisti israeliani si è guadagnato lo stipendio scrivendo articoli di inchiesta sulle candele, sui vuoti delle bottiglie di vino e anche sul gelato al pistacchio, quello che piace a Netanyahu, acquistato con i fondi della residenza del Primo Ministro.

Come se il Premier di una nazione come Israele non riceva in continuazione ambasciatori e politici stranieri ai quali deve fare gli onori di casa e che quando lo fa deve farlo al meglio perché la sua immagine è l’immagine dello Stato. Grazie a Dio sono finiti i tempi in cui Golda Meir riceveva il Segretario di Stato americano nella cucina del suo appartamento. All’epoca, il periodo in cui Israele stava nascendo e crescendo, poteva anche avere un senso, ma al giorno d’oggi, essendo diventati negli ultimi anni una delle nazioni più ricche e tecnicamente sviluppate al mondo, anche e soprattutto grazie al lavoro che proprio Netanyahu e il suo governo hanno fatto, mostrare ciò che siamo diventati non è solo necessario, ma obbligatorio.

Per certi giornalisti anti Netanyahu però tutto può essere usato pur di creare un’atmosfera negativa in vista del processo, gli stessi giornalisti che ebbero poco o nulla da ridire sulle spese, sempre di denaro pubblico, sostenute per la festa dei novanta anni di Shimon Peres o per quella del congedo del Generale Ganz, lo stesso che dopo vari fallimenti in affari privati vuole prendere, senza alcuna esperienza politica o parlamentare, la guida del paese. A sinistra non si bada a spese, a destra, invece, si ruba o si è corrotti, questo secondo una logica, anzi un canovaccio, che vediamo ripetersi in varie parti del mondo dove ci sono politici che non si toccano, a sinistra, e altri che sono fascisti o nazisti, ladri o corrotti, a destra. È notizia di ieri, ad esempio, che Avichai Mandelblit, sì, sempre lui, ha presentato al Presidente della Knesset, la richiesta per procedere a indagini anche contro Yisrael Katz, Ministro degli Esteri e uomo forte del Likud, lo stesso partito di Netanyahu.

Questa richiesta arriva dopo la chiusura di altre due indagini che erano state aperte contro Katz e che, a distanza di anni, sono state chiuse con un nulla di fatto. Yisrael Katz è fra i dirigenti del Likud quello che con tutta probabilità prenderebbe il posto di Netanyahu nel caso di una sua condanna, per cui avere anche il “delfino” nel mirino e non permettergli di dormire tranquillo, secondo qualcuno è cosa buona e giusta. Visto che le prime due inchieste sono finite in un nulla di fatto per mancanza di tutto, non solo di prove, in condizioni normali inchieste di quel tipo non sarebbero mai state aperte, si è decisa un’indagine per evasione fiscale. Perché un controllo del fisco prende molto tempo e non si nega mai a nessuno.

Tornando alla lista dei testimoni oltre ai grandi accusatori, quelli che hanno ricevuto sconti di pena o immunità a patto di raccontare quello che l’accusa vuole sentir dire nell’aula del tribunale, ci sono politici di primo piano, ex ministri e tutta la compagnia cantante. Spuntano però tre nomi decisamente interessanti e cioè: Uzi Arad, Avi Dichter e Tamir Pardo. Per chi non li conoscesse è giusto spiegare che Uzi Arad è membro dell’Institute for National Security Studies (INSS) di Tel Aviv, uno stratega di livello internazionale e figura ben nota in politica estera. Tra il 2009 e il 2011 è stato consigliere per la sicurezza nazionale del Primo Ministro di Israele e capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano. Avi Dichter oltre ad essere un politico israeliano e presidente del Comitato Affari Esteri e Difesa è stato ex ministro della sicurezza interna e direttore dello Shin Bet, il controspionaggio. E poi, ciliegina sulla torta, c’è anche il nome di Tamir Pardo ex Memuneh, cioè ex direttore del Mossad, i servizi di intelligence dello Stato di Israele, colui che il 1º febbraio 2011 ereditò “l’Istituto” (Mossad significa Istituto) dal mitico Meir Dagan.

Davvero il Procuratore di Israele oltre ad aver messo sotto accusa il Premier vuole portare questi tre personaggi sul banco dei testimoni? A che pro? Per fare domande alle quali non risponderebbero neanche sotto tortura? La maschera è caduta ormai e c’è da chiedersi dove Avichai Mandelblit con la collaborazione della sinistra israeliana, l’appoggio dei media e degli amici stranieri, voglia arrivare. Vuole forse processare la nazione intera? Anche questa domanda nasce spontanea e, nel pensare tutto il male possibile di questa storia e di come si sta delineando, con accuse e contraccuse, testimoni e tribunali è molto probabile, quasi possibile, che proprio questo sia il suo scopo. Vogliono processare Israele? Si accomodino pure, la storia dirà poi chi era il vero colpevole.

Michael Sfaradi, 5 dicembre 2019

Viva Israele che manifesta contro il golpe giudiziario

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