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La guerra in Ucraina

Ucraina, Capuozzo rivela: “Chi sta davvero perdendo la guerra”

L’analisi dello storico inviato di guerra. A Putin e Zelenzsy non sta andando male. L’Ue, invece…

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Rivedere gli abitanti di Kiev nei rifugi della metropolitana ci riporta indietro, a quando ci illudevamo che sarebbe durata poco (il condizionatore o la pace, diceva Draghi, ed era estate). Possiamo cavarcela dicendo che è la vendetta di Putin (e dimenticare cosa siano le vendette di Putin, da Grozny ad Aleppo), o la risposta all’attacco al ponte, chi semina vento raccoglie escalation. I fatti ci dicono che tutti si stanno tagliando i ponti dietro le spalle, e dunque nessuno può fare un passo indietro: è una danza macabra, solo passi in avanti, e non verso la pace.

Non è un Nobel per la Pace, ma conta: l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha condannato l’annessione russa delle quattro provincie dell’est ucraino. Centoquarantatre paesi hanno espresso il loro voto a favore dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Naturalmente va da sé che i paesi che siedono all’Onu sono geneticamente contrari a ogni minaccia alla sovranità degli Stati (vedasi Spagna e Catalogna) ma resta che una schiacciante maggioranza – contrari 5, astenuti 35, tra cui Cina e India – ha dato torto a Putin. Forse è di maggior importanza concreta la decisione del vertice di Ramstein in cui i paesi fornitori di armi a Kiev – oltre 50 – hanno in buona sostanza accolto la richiesta di uno scudo aereo, che dovrebbe, a forza di missili, rendere impermeabile il cielo ucraino ai bombardamenti russi: non è la no fly zone, ma una no bombing zone, alle soglie di un inverno in cui i duelli di artiglieria avranno la meglio sui movimenti terrestri, causa fango e neve.

Tutto bene per Zelensky, allora? Sì, ma non vuol dire che per Putin le cose vadano male. L’economia russa non sembra arretrare, le scorte militari, sempre date in affanno, non si esauriscono, la diplomazia russa sembra più manovriera di Kiev, dove la parola d’ordine è una sola: non dialogare con Putin, e vincere. Non è tanto l’incontro tra Putin ed Erdogan, ma il solo fatto che Biden debba chiedersi se ha senso incontrare Putin, e non a escluderlo con fermezza, a rappresentare un piccolo successo per Mosca. Ricordate il 28 giugno, al termine del vertice bavarese, Draghi che, a proposito del G20 di Bali, assicurava che “Putin magari farà un intervento da remoto”? Mosca rispondeva che “non è Draghi che determina le partecipazioni al vertice”.

La democrazia italiana ha ringraziato e congedato Draghi e il suo ministro degli Esteri, nulla esclude che Putin vada a Bali, creando un bell’imbarazzo al momento della foto di gruppo. E allora, se né Zelensky né Putin stanno cedendo, chi perde? Facile, l’Europa. Alle prese con inflazione e costi dell’energia, e il costo della guerra, che gli ucraini sopportano sul piano umano, ma asciuga i portafogli altrui: 29 miliardi dell’Europa (di cui “solo” 660 milioni italiani) senza nessuna prospettiva che il registratore di cassa si fermi, o si converta alla sfida della ricostruzione postbellica. Alle prese con una questione che tocca i principi dell’Europa comunitaria: chi decide il destino dei popoli, e in questo caso quello degli ucraini che dal 2014 rifiutano Kiev? Non i referendum farsa, ovvio, ma allora cosa? La forza delle armi? E, ultima spiaggia, è l’Europa che per la prima volta deve porsi, inquieta, la domanda: useranno la Bomba? Il solo fatto di chiederselo è già la rottura di un tabù.

Ricordarsi poi che in Italia ci sono, tra Aviano e Ghedi, una sessantina di ordigni nucleari che possono offendere o rappresentare un obbiettivo del nemico, fa piovere sul bagnato. Chi, per ora, non paga dazio, sono gli Stati Uniti. Attenti però a non imbarcarsi in guerra da arruolati. In gioco, più che il futuro dell’Ucraina, o del mondo, è lo scontro interno. Ci siamo dimenticati di come questa guerra sia figlia anche di una guerra recitata tra le elezioni vittoriose di Trump, la rivincita dei democratici, l’occupazione del Campidoglio, le elezioni di midterm e l’appuntamento del 2024, Casa Bianca in cerca di un nuovo inquilino. L’8 novembre prossimo l’America vota, e ottobre non è stato un buon mese, per i democratici, con l’Arabia Saudita che per la prima volta disubbidisce, rallenta la produzione di greggio, e fa salire il costo dei carburanti.

Inflazione, vendita delle armi e aborto sono da tempo temi immutabili della campagna elettorale, l’Ucraina è l’unica variabile, vediamo quel che succede, se peggiora e dobbiamo stringerci attorno al Capo, oppure no. Diciamo che dal campo di battaglia non verranno buone notizie. Poi saranno le urne, non il fango e la neve, a decidere l’agenda dell’inverno, e anche la foto di gruppo al G20 indonesiano, il 15 novembre. La danza di Bali.

Toni Capuozzo, 13 ottobre 2022