Un conflitto lungo, la rivolta interna. I tre scenari (possibili) in Iran

Sono già passati 4 giorni dall’inizio della guerra e più di 5000 bombe sono state sganciate contro il regime di Teheran. Cosa succederà?

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Sono già passati 4 giorni dall’inizio della guerra in Iran. Ad ora, più di 5000 bombe sono state sganciate contro il regime di Teheran durante gli attacchi congiunti di USA e Israele. L’esercito americano ha praticamente ottenuto in meno di 48h la supremazia aerea.

Eppure, guardando al futuro e considerando la capillarità territoriale del regime teocratico degli ayatollah, la traiettoria del conflitto appare destinata a una prolungata campagna aerea volta a indebolire ulteriormente le capacità belliche dell’Iran, con l’obiettivo esplicito, già sostenuto dai due governi di Washington e Tel Aviv, di un regime change.

Gli esperti prevedono che le forze americane riusciranno senza problemi a mantenere la superiorità aerea, continuando a condurre strike precisi per degradare infrastrutture critiche come siti nucleari vicino a Esfahan e colpire altre basi missilistiche. Ad ora è assolutamente impossibile pronosticare un intervento “boots on the ground” e cioè tramite truppe di terra: parte dell’opinione pubblica americana già mal digerisce un attacco di questa tipologia; un intervento in stile Iraq sarebbe il capolinea politico per Trump.

L’Iran d’altro canto sta attualmente optando per una strategia di attrito logorante: attacchi missilistici quasi alla cieca più o meno massicci e attacchi ai vicini stati del Golfo per infliggere loro costi crescenti (Emirati Arabi Uniti e limitrofi stanno spendendo miliardi di dollari per intercettare missili e droni iraniani) nella speranza che questi possano spingere Trump ad un cessate il fuoco.

Tuttavia, Teheran potrebbe aver sbagliato i conti: visto che sono diventati un obiettivo e che missili e droni non sono stati indirizzati solo alle basi USA ma anche contro zone residenziali e turistiche, gli Stati del Golfo potrebbero realmente scendere in campo al fianco degli USA nelle ore a seguire.

La chiusura dello Stretto di Hormuz, già in atto, potrebbe persistere, con ripercussioni economiche mondiali rilevanti ma anche questa è una forte dimostrazione di insofferenza e di debolezza: per il regime di Teheran è una decisione da “ultima spiaggia”.

Internamente poi, l’Iran affronta instabilità: il vuoto lasciato da Khamenei sta portando a una rapida consolidazione del potere da parte dell’IRGC (le guardie della rivoluzione iraniana), con la successione gestita da un consiglio provvisorio per mantenere coesione. Ma divisioni interne, proteste e insurrezioni del popolo potrebbero frammentare il regime anche dall’interno, favorendo un moto di guerra civile per la libertà che Trump auspica da settimane.

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Il regime dovrebbe dunque fronteggiare i suoi nemici sia internamente che esternamente, situazione che alla lunga potrebbe diventare insostenibile. Chiaramente gli accoliti delle teocrazie si sono già schierati: Hezbollah è già pienamente coinvolto e ha lanciato razzi su Israele settentrionale. Gli Houthi dallo Yemen intensificheranno attacchi su navi nel Mar Rosso e basi USA, sfruttando il blocco dello stretto di Hormuz. Le milizie sciite in Iraq potrebbero continuare a minacciare la Green Zone a Baghdad o le basi USA, trascinandosi così nel conflitto e rischiando di aprire un altro fronte di guerra.

La Siria di Al Jolani, storicamente alleata di Tehran ma ora più reticente visto che il leader si trova lì grazie alla legittimazione degli USA, rischia anche essa un coinvolgimento, che al momento sembra però meno scontato. Russia e Cina potrebbero poi fornire armi avanzate e intelligence, con Putin e Xi che hanno condannato l’attacco è espresso dolore per la morte dell’alleato Khamenei, ma pare impossibile si concretizzi qualcosa in più di questo: nessuna delle due potenze vuole rischiare una guerra mondiale per difendere gli Ayatollah.

In sintesi, il conflitto potrebbe evolvere in una guerra regionale totale se come sta avvenendo l’Iran continua a dilatare il fronte. È assai probabile che, senza negoziati rapidi, l’Iran indebolito punterà a una “vendetta strategica” prolungata, con rischi globali su energia, terrorismo e proliferazione nucleare. La situazione è dunque da monitorare con la massima attenzione.

Alessandro Bonelli, 3 marzo 2026

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