La differenza tra una fotografia che “spaventa” e una tragedia che uccide è piuttosto importante. E questa differenza, nell’America del grande teatro mediatico, sembra essere diventata quasi impronunciabile. In queste ore è diventata virale l’immagine di una ragazza nera seduta nella metropolitana di Washington D.C., circondata da militanti mascherati di Patriot Front, gruppo suprematista bianco e neofascista. La scena è forte, disturbante, sembra quasi tratta da un film. Centinaia di uomini con il volto coperto, divise tutte uguali, bandiere, simboli, slogan identitari: non esattamente una cartolina rassicurante dell’America del 4 luglio. Il gruppo ha marciato a Washington nella giornata di sabato, con centinaia di esponenti visti anche sui treni della metropolitana. E attenzione: la polizia non ha registrato arresti, denunce o richieste di intervento legate alla manifestazione.
La foto della ragazza, però, ha fatto il resto. In pochi minuti è diventata “la prova”. La prova dell’America di Trump. La prova del fascismo che torna. La prova del suprematismo bianco che rialza la testa. La prova, insomma, di tutto ciò che una certa narrazione aveva già deciso di vedere. Ora, chiariamolo subito, così evitiamo il solito processo alle intenzioni: nessuno vuole difendere Patriot Front. Vedere decine di estremisti mascherati dentro un vagone della metro, intorno a una ragazza nera, può anche fare impressione, soprattutto perché non è una scena che vediamo tutti i giorni. Ma il punto è un altro.
Quella ragazza, per fortuna, è tornata a casa. È uscita da quel vagone sana e salva. Non risulta che sia stata aggredita. Non risulta che sia stata ferita. Non risulta che sia stata toccata. La fotografia può anche essere inquietante, ma il fatto si chiude senza sangue. E ci mancherebbe altro. Iryna Zarutska, invece, non è tornata a casa. E allora forse sarebbe il caso di fermarsi un attimo e chiedersi: perché una foto senza vittime diventa il simbolo dell’Apocalisse democratica, mentre una ragazza davvero morta in metropolitana fatica a trovare lo stesso spazio emotivo, la stessa furia morale, la stessa indignazione universale?
Iryna Zarutska aveva 23 anni. Era ucraina. Era scappata dalla guerra, da quel continente dove le persone entrano nei rifugi perché cadono missili, e aveva cercato negli Stati Uniti qualcosa di molto semplice: normalità. Non gloria. Non politica. Non propaganda. Una vita. Il 22 agosto 2025 era a Charlotte, in North Carolina. Viaggiava sulla Lynx Blue Line, la metropolitana leggera della città. Iryna entrò nel vagone, si sedette nella fila davanti a Decarlos Dejuan Brown Jr., 34 anni. Circa quattro minuti dopo, Brown tirò fuori un coltello e la colpì tre volte alle spalle, uccidendola. Tre coltellate. Alle spalle. Senza una lite, senza un diverbio, senza una provocazione.
Iryna era seduta, indifesa. L’uomo accusato dell’omicidio era già noto alle autorità, aveva un lungo curriculum di arresti e una diagnosi di schizofrenia. Questa è la scena. Non una fotografia simbolica. Non una ragazza spaventata che poi scende alla fermata successiva. Una giovane donna che muore dissanguata su un mezzo pubblico americano. La famiglia di Iryna non ha ricevuto indietro una figlia scossa ma viva. Ha ricevuto una bara.
Ed è qui che il parallelismo diventa insopportabile. Perché nel caso della ragazza nera circondata dai militanti di Patriot Front, la narrazione corre più veloce dei fatti. Non serve l’aggressione. Non serve il ferimento. Non serve il morto. Basta l’immagine. C’è chi, come Jamie Lee Curtis, che la paragona a Rosa Parks. Basta la composizione della scena. Basta la potenza simbolica: lei nera, loro bianchi, loro estremisti, lei sola. Ed ecco pronta la diagnosi sull’America intera. Nel caso di Iryna, invece, non bastava nemmeno il cadavere.
Bisognava discutere, contestualizzare, aspettare, verificare, capire. Bisognava parlare di salute mentale, di recidiva, di sistema giudiziario, di sicurezza sui mezzi pubblici, di responsabilità delle autorità. Tutte cose importanti, certo. Ma chissà perché la prudenza arriva sempre quando la storia non si incastra bene nel copione dominante. Nel primo caso, la ragazza diventa immediatamente un’icona. Nel secondo, Iryna rischia di diventare una pratica scomoda.
Eppure la sproporzione è evidente. Da una parte abbiamo una scena orribile ma conclusa senza violenza fisica. Dall’altra abbiamo un omicidio brutale, compiuto su un treno, ai danni di una ragazza di 23 anni fuggita da una guerra. Non è questione di minimizzare l’immagine di Washington. È questione di ristabilire una gerarchia della realtà. Perché se tutto è fascismo, se tutto è emergenza, se tutto è “ritorno degli anni Trenta”, poi quando una ragazza viene davvero ammazzata in metro non restano più parole adeguate.
La ragazza della foto ha vissuto un momento angosciante. Iryna Zarutska ha vissuto gli ultimi minuti della sua vita. E no, non sono la stessa cosa. Anche perché bisognerebbe porsi delle domande sui due casi ma sono domande scomode. Che non consentono il tweet facile. Che non permettono di indicare subito il mostro ideologico preferito. Costringono a parlare di città insicure, di giustizia debole, di malattia mentale non gestita, di persone pericolose lasciate in strada, di trasporti pubblici dove l’innocente diventa bersaglio casuale. È molto più semplice guardare la foto di Washington e dire: “Ecco l’America razzista”. È molto più difficile guardare il video di Charlotte e dire: “Ecco l’America che non protegge più i suoi cittadini, i suoi lavoratori, le sue ragazze sole su un treno”.
E allora la vera domanda è questa: siamo ancora capaci di distinguere tra paura e morte? Perché una società che urla davanti a una fotografia ma balbetta davanti a un omicidio ha un problema. Non perché quella fotografia non sia inquietante. Ma perché l’indignazione, quando perde il senso delle proporzioni, diventa propaganda. La ragazza della metro di Washington è diventata il simbolo di un’America che molti volevano già raccontare come fascista. Iryna Zarutska, invece, è il simbolo di un’America che molti non vogliono raccontare affatto: quella in cui una ragazza può fuggire dalla guerra, trovare lavoro, salire su un treno e morire alle spalle, in silenzio, senza alcun motivo. Quella in cui se la vittima è nera tutti si inginocchiano, se è bianca fischiettano.
La prima storia ci mostra un’immagine d’impatto. La seconda ci mostra una bara. E chi non vede la differenza non sta facendo giornalismo. Sta facendo narrazione.
Massimo Balsamo, 6 luglio 2026
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