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“Una parolina di troppo nella nota”. Cosa ha scatenato davvero la lite Meloni-Trump

ESCLUSIVO | Fonti americane a Nicolaporro.it: dietro i dissapori una piccola frase nel comunicato redatto da Palazzo Chigi su Hormuz

Donald Trump contro Giorgia Meloni Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Una frase di troppo, forse una parolina inserita all’ultimo istante, forse un tentativo di mediazione. Forse non si saprà mai, ma – secondo fonti americane – dietro i dissapori fra il Presidente Usa Donald Trump e la Premier italiana, Giorgia Meloni, si celerebbe una piccola frase inserita nel comunicato della Presidenza italiana del Consiglio sul tema del possibile invio di due navi dragamine della Marina militare italiana nello Stretto di Hormuz per predisporlo a una sicura ripresa della navigazione.

Dopo la riunione di sette Paesi inclusa l’Italia per affrontare la crisi in Iran e prima dell’incontro del G7, la Presidenza del Consiglio avrebbe effettivamente confermato l’intenzione di inviare due unità militari italiane, per altro già arrivate nel Mar Rosso, per poi essere impiegate nello Stretto di Hormuz non appena le condizioni di cessate il fuoco si fossero rivelate stabili e meno aleatorie di quelle attuali.

Nella nota ufficiale, per certo quella recepita dagli Stati Uniti, l’impegno dell’Italia e dei suoi mezzi (impegno già ipotizzato nello scorso mese di aprile) sarebbe stato condizionato all’approvazione del Parlamento italiano. Procedura quasi rituale in caso di conflitti anche se apertamente violata nel 1999 dall’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, quando i caccia italiani furono inviati a partecipare ai bombardamenti sui Balcani per la guerra del Kossovo, senza che la scelta fosse stata preventivamente sottoposta al parere del Parlamento. Idem per quanto riguarda le basi aeree e navali italiane, ugualmente aperte (anche in quel caso senza autorizzazione del Parlamento) agli aerei (caccia e bombardieri) degli alleati Nato.

Ma la frase che avrebbe sollevato perplessità nell’establishment americano, perplessità trasformata nelle parole di Trump in palese ostilità, sarebbe stata un’altra: l’invio dei dragamine non sarebbe stato solo condizionato al via libera del Parlamento italiano, ma anche al consenso del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Una condizione inaccettabile per il governo americano che ormai da anni è in una posizione di netta contrapposizione (per altro contraccambiata) con il Palazzo di vetro e che ben conosce l’effetto anche solo di un voto contrario, equivalente a un veto, da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Ai vertici dell’amministrazione americana la posizione assunta dall’Italia sarebbe stata vissuta come un tradimento dell’amicizia, ben maggiore e più doloroso rispetto a quella degli altri Paesi Nato, da sempre molto tiepidi nei confronti dell’alleanza atlantica e dei rapporti con il presidente Usa. Per altro nello scorso aprile, proprio Giorgia Meloni aveva precisato che non ci sarebbe stato bisogno di autorizzazioni da parte delle Nazioni Unite per un’attività esclusivamente difensiva mirata a garantire il diritto alla navigazione.

I due dragamine, Il Crotone e il Rimini, appartenenti alla classe Gaeta, hanno lasciato l’Italia il 15 maggio e sono stati trasferiti nel Mar Rosso. Il loro avvicinamento dovrebbe consentire alla Marina di ridurre sensibilmente i tempi necessari per raggiungere il Golfo di Oman e, successivamente, l’area di Hormuz, dove iniziare l’attività di sminamento… anche dei rapporti fra Italia e Usa.

Bruno Dardani, 22 giugno 2026

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