Sette vite

“Una prof derise la mia fede e mi ribellai. Così è nata la mia vocazione”

Suor Anna Monia Alfieri si racconta oltre l'immagine pubblica. Gli studi di giurisprudenza, poi la vocazione: "Ripensamenti? Chi dice di non averne mai avuti, mente"

Suor Anna Monia Alfieri è una figura che il grande pubblico conosce per i suoi interventi televisivi a Quarta Repubblica e per la chiarezza con cui affronta i temi dell’attualità. Ma nel podcast Sette Vite ho voluto andare oltre l’immagine pubblica. Ho voluto capire chi fosse prima del velo. La sua prima vocazione non era religiosa. Voleva fare il magistrato, sull’onda di Falcone e Borsellino, negli anni in cui la parola giustizia bruciava nelle coscienze. Si iscrive a Giurisprudenza, si laurea, inizia il praticantato in uno studio milanese. Poi qualcosa cambia. Avverte dentro di sé l’esigenza di tenere insieme l’impegno morale e l’impegno civile. Non le basta combattere il male dall’interno delle istituzioni; desidera una coerenza più profonda.

È cresciuta a Nardò, in una famiglia semplice, con un padre che le insegnava che la libertà passa dallo studio. “Se conosci, sei libero”, le ripeteva. E lei, bambina vivace e curiosa, prende sul serio quell’insegnamento. A scuola ottiene voti altissimi ma si annoia, protesta. Si ribella a chi non sa intercettare i bisogni degli alunni. La scuola diventa il suo primo campo di battaglia. Un episodio la segna: una docente deride la sua fede davanti ai compagni. Lei reagisce, viene cacciata dall’aula. È il momento in cui comprende che i principi non si negoziano. Da allora decide di vivere le sue scelte a testa alta.

A nove anni aveva già sperimentato cosa significa pagare un prezzo per ciò in cui si crede. La sua maestra, Renata Fonte, fu uccisa dalla mafia per essersi opposta alla speculazione edilizia. Prima di morire le disse: “Bisogna compiere il proprio dovere fino in fondo, costi quel che costi”. Quelle parole diventano un filo rosso nella sua vita. La mafia, capisce, non è solo un’organizzazione criminale: è una cultura dell’omertà, del “va tutto bene”.

La scelta religiosa matura lentamente. Otto anni di discernimento. Studi, dubbi, confronto continuo tra fede e ragione. Perché in lei – lo dice con franchezza – fede e ragione si sono sempre combattute. E quando le chiedo se abbia mai avuto ripensamenti, risponde con disarmante sincerità: «Chi dice di non averne mai avuti mente». I voti religiosi non li descrive come privazioni ma come atti di libertà. La povertà non è miseria, ma non possedere nulla di proprio. La castità non è negazione del corpo, ma capacità di amare più persone. L’obbedienza non è sottomissione, ma ascolto consapevole. È una visione esigente, che non nasconde le difficoltà.

Il passaggio più intenso dell’intervista arriva quando affrontiamo il tema del male. Dove era Dio davanti agli orrori della storia? La sua risposta è netta: «Dio è il primo liberale. Ci lascia liberi, anche di sbagliare». La libertà, per lei, è il dono più grande e il rischio più alto.

Parla di politica come della più alta forma di carità, distinguendo però la politica dai partiti. Denuncia la polarizzazione, rifiuta il politicamente corretto, invita a custodire la democrazia con responsabilità. Non teme il confronto: né in Senato sul fine vita, né in televisione. E poi, quando le chiedo se abbia un vizio, sorride. Confessa di guardare da sempre “Un posto al sole”. Anche chi vive di ideali radicali ha bisogno di normalità. La sua non è una fede comoda. È una fede pensata. E forse è proprio questo – in tempi così fragili – il suo tratto più controcorrente.

La puntata integrale è disponibile su youtube

 

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