Poche ore fa, Stati Uniti e Iran hanno annunciato un cessate il fuoco temporaneo di due settimane. L’accordo, mediato dal Pakistan e legato alla riapertura dello Stretto di Hormuz, è arrivato quando le pesantissime minacce di Donald Trump erano ormai a pochi minuti dall’ultimatum. Non è ancora la pace definitiva, ma un’intesa che evita (o quantomeno posticipa) l’irreparabile. E, paradossalmente, accontenta tutti.
Per Teheran verrà dipinta come la dimostrazione che il pugno duro ha funzionato. Gli ayatollah possono raccontare ai loro cittadini e al mondo islamico di aver resistito alle pressioni americane, di aver costretto Washington a una retromarcia umiliante e di aver raggiunto un accordo alle loro condizioni. I media iraniani stanno già millantando tre “vittorie” eclatanti: il diritto di continuare la raffinazione dell’uranio senza limiti, un risarcimento per i danni causati dai raid statunitensi e israeliani, e il ritiro americano dalla regione. Affermazioni chiaramente lontanissime dalla realtà dell’intesa siglata.
L’accordo, infatti, prevede solo una pausa di 14 giorni in cambio della riapertura del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Nessun impegno formale su arricchimento nucleare illimitato, nessun dollaro di risarcimento sul tavolo e, soprattutto, nessuna clausola che preveda l’abbandono americano del Golfo.
Le basi Usa restano operative, le alleanze con Israele e i Paesi del Golfo intatte, la pressione sul nucleare iraniano non è stata allentata. Gli iraniani stanno enfatizzando un potere negoziale che semplicemente non hanno. Ovviamente si tratta di mera propaganda interna, utile a salvare la faccia del regime dopo settimane di bombardamenti e isolamento, ma non corrisponde a quanto negoziato. Teheran ha dovuto cedere sull’unico punto che contava davvero per Trump: il blocco del petrolio.
Dal lato americano, il presidente Trump può invece rivendicare un successo tattico.
Potrà dire di aver terrorizzato gli ayatollah fino all’ultimo secondo, di aver ottenuto la riapertura dello Stretto senza dover lanciare l’attacco devastante precedentemente annunciato e di aver costretto l’Iran a sedersi al tavolo delle trattative da una posizione di debolezza. “Li stavamo annientando”, ha ripetuto Trump. Per la Casa Bianca potrebbe essere la prova che la linea dura fatta di proclami sensazionalistici e minacce tremende paga.
Eppure, proprio qui Trump deve misurare le parole. Non può permettersi toni così forti come quelli usati nelle ultime 48 ore. La credibilità dell’intero Occidente è in gioco. Il Presidente della prima potenza al mondo non può scrivere che rimuoverà dalla faccia della terra una civiltà, per motivi non solo bellici ma anche d’immagine ed etici: un messaggio di questo genere non solo non sortisce alcun effetto a livello diplomatico, ma diventa anche un boomerang per quanto concerne l’opinione pubblica occidentale.
Il pianeta è sì fatto di equilibri duri che bisogna ribadire (soprattutto per far abbassare la testa alle canaglie presenti), eppure un Presiente USA non può scrivere dei tweet come se fosse un wrestler. Quantomeno anche solo per cercare di ristabilire un’etichetta che oggi sembra perduta e che sempre ha contraddistinto la comunicazione dell’asse occidentale. A Washington questa cosa prima o poi dovranno recepirla…
Insomma, alla fine, questo cessate il fuoco è un classico compromesso che punta al pareggio: ciascuno può dichiararsi vincitore davanti al proprio pubblico senza che nessuno perda del tutto la faccia. L’Iran millanta conquiste inesistenti per mantenere il consenso interno. Trump ha ottenuto la sostanza senza sparare l’ultimo colpo. E l’Occidente, pur con qualche smorfia, potrà respirare ancora un po’.
Alessandro Bonelli, 8 aprile 2026
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