Esteri

Ursula: la manovratrice che vuole dominare l’Europa

Cresce il malcontento attorno alla Commissione, ma la presidente non cede: più isolata che mai, continua a dettare l’agenda dell’Unione.

von der leyen Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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 Luglio 2025, Bruxelles. Nell’aula del Parlamento europeo, il commissario al bilancio Piotr Serafin entra con quattro ore di ritardo. Ha lo sguardo di chi ha dormito poco e capito ancora meno. Quando gli eurodeputati iniziano a bombardarlo di domande sul bilancio pluriennale 2028–2035, si capisce subito che non ha le risposte. Balbetta, sfoglia carte, cerca numeri che non trova. Il paradosso è che quel documento porta la sua firma.
Ma la scena, più che un incidente, è la prova tangibile di un sistema in cui persino chi dovrebbe decidere viene tenuto all’oscuro.

Intanto, a pochi isolati di distanza, nel quartier generale della Commissione, Ursula von der Leyen presenta lo stesso bilancio ai giornalisti. È stanca, ma impeccabile, scandisce ogni parola. Alle sue spalle, un grafico colorato mostra percentuali che, sommate, fanno centouno. Un errore da manuale, certo. Ma soprattutto un simbolo perfetto di questa Unione: dove la matematica non torna mai, e la verità conta meno dell’immagine.

I funzionari di Bruxelles lo sanno: quell’imbarazzante scena è stata il frutto diretto dello stile di governo di von der Leyen e del suo potentissimo capo di gabinetto, Björn Seibert. Un sistema in cui tutto passa per un piccolo cerchio di fedelissimi — quasi tutti tedeschi — che decidono, controllano, approvano. Gli altri, anche i commissari, restano al buio fino all’ultimo. È così che si governa una corte, non una democrazia.

Oggi la chiamano “Queen Ursula”. Un soprannome ironico, nato nei corridoi della Commissione e usato a bassa voce dagli stessi funzionari che dovrebbero servirla. Von der Leyen è una donna abituata al controllo. Lo era già quando, da ministra della Difesa in Germania, veniva accusata di gestire i contratti militari nel segreto del suo ufficio. Lo è stata durante la pandemia, quando negoziò via SMS il contratto miliardario con Pfizer, poi scomparso tra server criptati e “malintesi” procedurali. E lo è ancora oggi, alla testa della più grande burocrazia del continente, dove nulla si muove senza il suo via libera.

 

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Durante la stesura del bilancio 2028–2035, ogni commissario ha ricevuto soltanto i dati del proprio portafoglio, senza conoscere le cifre complessive. Solo all’ultimo minuto, quando il documento era pronto per il voto. Von der Leyen ha progressivamente eliminato ogni figura che potesse farle ombra: Thierry Breton, Frans Timmermans, Margrethe Vestager. Tutti via. Al loro posto, leali funzionari o politici marginali: Stéphane Séjourné, Wopke Hoekstra, Valdis Dombrovskis.

Nel gennaio 2025, è persino rimasta ricoverata per una settimana con la polmonite senza che nessuno — né il Parlamento né i cittadini — ne fosse informato. I portavoce assicuravano che “tutto era sotto controllo”. Nessuno le dava il cambio, nessuno osava chiedere perché.

Nella sua seconda presidenza, Ursula von der Leyen avrebbe potuto finalmente guidare l’Europa.La Francia era indebolita da un Macron ormai a fine corsa, la Germania distratta dai propri guai economici, il nuovo presidente del Consiglio europeo António Costa incapace di imporre una linea.
Era il momento perfetto per un leader forte. Ma lei ha preferito l’unica forza che conosce: quella interna, quella della gestione, non della visione.

Così, quando a giugno 2025 Donald Trump ha lanciato il suo ricatto commerciale contro l’UE, minacciando dazi punitivi, von der Leyen ha ceduto. Ha scelto il silenzio, e poi la resa. Un mese dopo, a Edimburgo, ha firmato quello che persino i diplomatici europei hanno definito “un accordo di capitolazione”. Un ufficiale della Commissione lo ha detto con sarcasmo: “È Queen Ursula qui dentro, ma diventa Servant Ursula quando attraversa la strada verso il Consiglio.” La contraddizione è tutta lì: autoritaria in casa propria, remissiva all’esterno.
Un’europeista che non osa sfidare né Washington né Berlino, ma che schiaccia ogni voce libera nel suo palazzo.

Oggi, il Parlamento europeo si prepara a votare due nuove mozioni di sfiducia contro di lei.
La prima, a luglio, è stata respinta — ma solo perché la sinistra non si è unita ai populisti. La seconda, prevista per novembre, potrebbe essere fatale: un’alleanza tra socialisti, verdi e conservatori scontenti potrebbe raggiungere la fatidica soglia dei due terzi.
Persino Iratxe García, leader dei socialisti, l’ha avvertita: “È la tua ultima possibilità.”

Nel frattempo, l’Ipsos EuroPulse di settembre fotografa un’opinione pubblica fredda: 23% di valutazioni positive sulla Commissione e 36% negative (il resto indecisi). E forse hanno ragione. Perché un’Europa dove un commissario non sa cosa contiene il suo stesso bilancio, dove i giornalisti ricevono “interviste esclusive” sotto forma di risposte scritte dalla segreteria, dove la presidente non risponde più delle sue azioni, non è più una democrazia. È una burocrazia con la voce di una sola donna.

 La solitudine del potere

Ursula von der Leyen è nata a Bruxelles, figlia di un alto funzionario della prima Commissione europea. È cresciuta nell’ombra dell’istituzione che oggi governa, come se il destino avesse voluto chiudere il cerchio. Ma ciò che avrebbe dovuto essere un ritorno simbolico è diventato un ossimoro politico: una donna che predica l’Europa, ma non la incarna. L’imperatrice che voleva comandare il continente ha finito per svuotarlo.

E quando un potere si isola così tanto da non tollerare nemmeno le domande, non è più un potere forte: è un potere fragile che ha paura di se stesso. Come nei romanzi di Thomas Mann, dove la lucidità e l’ordine diventano sintomi della malattia, anche l’Europa di Ursula è ordinata, pulita, inappellabile — ma stanca, e priva d’anima.

La storia europea ha conosciuto molti burocrati, ma pochi regnanti travestiti da amministratori. E la domanda, oggi, non è se Ursula von der Leyen cadrà. La domanda è se, dopo di lei, ci sarà ancora qualcosa da salvare del sogno europeo.

Vanessa Combattelli, 11 ottobre 2025

 

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