Boots on the ground, non si può fare. Da Iraq, Afganistan, Siria, e dai numerosi e reiterati errori dei suoi predecessori, Trump (a leggere senza prevenzioni ideologiche il blitz in Venezuela) sembra aver fatto tesoro della lezione impartita dalla storia recente. Nessun soldato americano a terra, un segnale di potenza dal cielo, e una transizione affidata formalmente al vecchio regime chiamato e costretto a fare i conti con il suo passato e a costruire un Paese diverso (che vada bene ovviamente anche agli Stati Uniti).
Uno schema di gioco (da molti attribuito erroneamente al controllo delle rotte del petrolio), che Trump potrebbe applicare anche in Iran, forse individuando per via negoziale qualche religioso che non gioca in prima serie, al quale affidare sotto pressione e controllo la transizione verso una laicizzazione e una sterilizzazione non traumatica del Paese, qui si con una forte motivazione petrolifera, ma anche geostrategica, privando in un colpo solo la Cina di uno dei più importanti alleati “energetici”..
Ma tornando al continente americano, detto che le caratteristiche del petrolio venezuelano si prestano forse solo a due considerazioni sottovalutate: il petrolio di Caracas – come detto da Trump – è sostanzialmente bitume utile per asfaltare strade e in questo campo la mano Usa fa uno sgarro non da poco all’altro grande produttore di bitume, quel Canada con il quale ultimamente non corrono rapporti particolarmente sereni. La seconda causa petrolifera è la conquista indiretta di un seggio all’interno di quell’Opec (Organizzazione dei produttori) di cui gli States non fanno parte mentre il Venezuela si.
Esiste poi il caso Cuba che senza il petrolio venezuelano, (pagato al prezzo di mercenari in affitto), rischia di restare a secco confermando che l’operazione Venezuela ha già provocato una reazione a catena in Centro e Sud America, mettendo in difficoltà Paesi come il Nicaragua o la Colombia.
Come sottolineato dal centro analisi Seacs, qui si colloca un fattore sconosciuto o volutamente dimenticato: proprio mentre la task force americana entrava in azione nei cieli di Caracas, avrebbe registrato una fortissima accelerazione il processo che potrebbe portare sotto controllo del colosso armatoriale MSC e di Blackrock, i porti all’imboccatura del Canale, oggi in concessione al gruppo CK Hutchison, multinazionale portuale nella quale il governo cinese può dire la sua.
E l’ha detta: in effetti l’operazione che sembrava già fatta è rimasta congelata da mesi: non solo è scaduto il termine entro il quale Blackrock e MSC avrebbero dovuto aggiudicarsi il controllo dei 43 porti di proprietà del colosso asiatico CK Hutchison, inclusi di Balboa e Cristobal, quelli alle imboccature del Canale di Panama ma sembrava essere ridiscesa in campo anche la cinese Cosco. Ck Hutchson, con sede a Hong Kong, sulla quale il governo di Pechino ha esercitato non poche pressioni, aveva confermato che la prevista vendita di 43 porti a livello globale, per poco meno di 23 miliardi di dollari, difficilmente sarebbe stata completata entro il 2025.
Il governo cinese aveva chiesto ufficialmente a CK Hutchison una revisione dell’intesa per motivi di sicurezza nazionale, ma ora a rischio potrebbe essere l’intero quadro di influenza cinese sui Paesi del Centro del Sud America.
Per parte sua CK Hutchison (il gigante con sede a Hong Kong registrato alle Cayman, con interessi nelle telecomunicazioni, nelle infrastrutture energetiche, e nella vendita al dettaglio e un fatturato globale di oltre 61 miliardi di dollari), aveva ipotizzato una trattativa per includere un “importante investitore strategico” cinese nel consorzio di acquirenti .
Con il caso Venezuela e con la palese volontà di Washington di rimettere in riga l’America Latina, questa ipotesi sembra oggi davvero improbabile e si parla con crescente insistenza di una revisione delle concessioni portuali da parte del governo panamense. Il controllo del Canale di Panama risulterebbe essere quindi un effetto collaterale del blitz anti-Maduro ben più credibile di quello petrolifero su cui si sono concentrate le attenzioni de media internazionali.
Bruno Dardani, 18 gennaio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


